Scene da un matrimonio neo-coloniale

Da qualche giorno si discute, in rete, della prassi di organizzare matrimoni in ambiente esotico, con animali feroci, vestiti da safari, e gli immancabili indigeni rigorosamente in atto deferente, in pose di servizio, o semplicemente sullo sfondo. Tutto è nato da un articolo dell’Huffington Post, in cui si parla degli scatti matrimoniali del fotografo australiano Jonas Peterson, ambientati in Kenya. Stilisticamente e tecnicamente impeccabili, ma se ci fosse bisogno di spiegare che la fotografia non è mai un atto neutrale, questo sarebbe certamente un bell’esempio. L’iconografia che viene richiamata in modalità automatica è quella del “buon vecchio tempo coloniale”, che rimanda a sua volta a significati più stratificati nelle nostre culture e nella nostra stessa etologia (la conquista territoriale, l’opposizione nero-bianco, il controllo del diverso, la vittoria dell’ordine sul caos, ecc.).  I fruitori di questi tipi di servizi fotografici (in primis gli sposi e i parenti) possono avere un grado di coscienza di ciò che stanno facendo che varia dalla colpevole inconsapevolezza al razzismo esplicito. Certo non è un bello spettacolo.

Grazie a Cristina Sebastiani della segnalazione!

La foto di Jonas Peterson è tratta dal sito “Narrazioni differenti”, che a sua volta ospita un post sul tema: http://narrazionidifferenti.altervista.org/scene-da-un-matrimonio-colonialista 

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