L’invenzione degli stereotipi sulle tribù

Un illuminante esempio di conoscenza usata come strumento di controllo è quello della creazione della nozione di tribù, per “cristallizzare” la storia e l’esistenza di tanti popoli del continente africano. Gli studi antropologici più avanzati conoscono bene come questo sia avvenuto (penso alle opere di Ioan Lewis). Ne ha parlato anche, su un piano più storico-narrativo, David Van Reybrouck (“Congo”, Feltrinelli 2014). Riporto alcuni passaggi.

“Un secondo gruppo di scienziati che poteva illuminare la colonia era quello degli etnografi (…). Le tribù divennero insiemi eterni, autonomi e inalterabili. (…) Cyrille van Overbergh, che era anche un importante politico cattolico, affermò (…): ‘In generale quei popoli hanno poche relazioni tra loro (…) le tribù sono indipendenti le une dalle altre e conservano la loro autonomia’. Queste affermazioni non tenevano affatto conto degli scambi secolari e noti già allora, tra le differenti comunità. (…) Gli antici regni del Bakongo o del Baluba nella svaana erano spesso molto misti da un punto di vista etnico. Molti indigeni parlavano più lingue. (…) Ma l’antropologo degli inizi del ventesimo secolo suddivideva la popolazione in differenti razze, così come il tassonomista del diciottesimo secolo aveva classificato il regno animale in diverse specie. Immutabili nel tempo, senza influenze reciproche. (…) Tale etnologia della prima ora non era assolutamente fine a se stessa; doveva invece servire ad accelerare l’opera del colonizzatore. (…) Le scuole delle missioni divennero piccole fabbriche di pregiudizi tribali. I ragazzi che non avevano il permesso di lasciare il loro villaggio apprendevano all’improvviso che dall’altra parte del loro esteso paese vivevano i bakango e che opinione averne. I pigmei, in molti manuali, venivano dipinti come bizzarre aberrazioni. Anche se non ne avevi mai incontrato uno, sapevi già cosa pensarne. (…)”

La foto è tratta da: https://lentrelacs.wordpress.com/tag/leopold-ii/

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