15 anni di “Immagine dell’Africa”

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Il 18 gennaio del 2004, con timidezza – e una certa imperizia che tutt’ora mi accompagna – pubblicavo il primo post del blog “Immagine dell’Africa”. Figlio minore, ma testardo, di alcune importanti iniziative di ricerca ed editoriali, sfociate nella rivista “Società africane” (che ebbe vita breve per mancanza di fondi adeguati alle ambizioni), e nell’omonimo volume, curato in primis dal compianto Giancarlo Quaranta e (molto poi) anche da me. Il blog, semplicemente, voleva costituire un piccolo osservatorio sul modo in cui, dalle parti nostre ma non solo, sono considerati e raccontati i popoli e le società del continente africano, specialmente a sud del Sahara. Magari proponendo qua e là qualche elemento per una rappresentazione diversa, quanto meno più aderente alla complessa realtà africana. Anche con l’aiuto di tanti amici e colleghi che nel tempo mi hanno fornito documenti, segnalazioni, informazioni, suggerimenti e che, qualche volta, hanno pubblicato qualcosa qua dentro. Nel frattempo, diverse cose sono cambiate e molte no. Tra le cose cambiate c’è sicuramente una maggiore attenzione su questo argomento, anche grazie a persone che ci lavorano a tempo pieno, con passione e competenza. Alcune le ho interpellate, per celebrare a modo nostro questi 15 anni, ovvero facendo il punto della situazione: è cambiato qualcosa nel modo di immaginare e descrivere l’Africa, o meglio le Afriche? Cosa non è cambiato e cosa si può dire e fare ancora? Ci sono argomenti su cui vale la pena di soffermarsi? Bene, da qui a un paio di mesi pubblicherò periodicamente sul blog alcuni generosi contributi, che sono in una forma volutamente semplice e sintetica, in quanto spunti di riflessione e approfondimento, per chi vuole. Comincio con Antonella Sinopoli, che ringrazio per la passione e la sollecitudine con cui ha risposto. Un testo tagliente e profondo, che certamente da’ il “la” a tutto quel che verrà dopo.

D.M.

Antonella Sinopoli, giornalista

Che cosa sappiamo? Che cosa sappiamo noi di questo corpo nero che vaga per le nostre strade in cerca di una moneta o di un riparo. Cosa sappiamo delle strade già percorse. E cosa delle percosse che lo hanno segnato. Cosa sappiamo della sua storia. E cosa della Storia che cavalca secoli e si ciba di verità quanto di bugie e di omissioni.

Ah quanto sarebbe bello fare un quiz collettivo. Un quiz, sì, in questa enorme Piazza Italia. Cominciamo dalle domande di storia. Che so… quando cominciò e quando fu abolita (per molto tempo solo sulla carta, intendiamoci) la tratta atlantica? Oppure: chi era Kwame Nkrumah? E il panafricanismo, il panafricanismo sapete cos’è? E di Steve Biko? Che sapete di lui? E ancora: chi sa nominare alcuni degli imperi africani pre-coloniali… Dai, dai, continuiamo con qualche domanda di geografia. Capitale del Mali? Sorgente del Nilo? Monte più alto? Troppo facili, vero? Ok, ora: quanti sono gli Stati africani? Esistono ancora monarchie? Chi ha vinto le ultime elezioni in Nigeria? Troppo facile, lo so. Del resto basta leggere i giornali. Tenersi informati. No, non parlo dei giornali italiani. Sì, faranno pure bene (?) ma vi risulta che qualcuno abbia corrispondenti locali da qualcuno dei Paesi africani?

E no, attenzione, quando parlo di corrispondenti parlo di giornalisti africani. Sì, del corpo nero. Perché guardate che possiamo anche inviare (raramente) qualche parachute journalist, ma vi assicuro che farà più confusione che altro. Non è mica che non sappia il suo mestiere. Ma provateci – per esempio – a mandare un giornalista russo a Parigi per soli tre giorni e spiegare la rivolta dei gilets jaunes. Sapete cosa farà? Leggerà la stampa locale per farsi un’idea, parlerà con più colleghi possibili, scenderà in strada per guardare e poi scriverà la sua corrispondenza. Beh, tanto valeva pagare un giornalista locale, no? Mamma mia come sono estrema nei miei giudizi! E lo so… Il fatto è che mi piacerebbe continuare il mega quiz in Piazza Italia. Parlare di letteratura, per esempio. Perché è là sui libri – non quelli di scuola – che si conosce la storia dell’Africa. Parlo di scrittrici, scrittori africani. Neri, o anche bianchi come la grande Nadine Gordimer, che ha raccontato la vergogna dell’Apartheid con quella “fredda emozione” (è una mia espressione) che coinvolge ad ogni parola. O come Mia Couto, mozambicano bianco, capace di costruire parole nuove da parole usate, mettendoci dentro il calore di miti, leggende, fantasie, realtà quotidiane. Ma mi sto perdendo… Dicevo, scrittrici, scrittori africani. Quelli che ci stanno restituendo la storia di questo continente così nero e così abbacinante. Anzi la Storia.

Come il colosso Chinua Achebe che in quella trilogia che è romanzo storico, ci racconta la Nigeria – ma in realtà l’Africa tutta – prima della colonizzazione, durante e dopo. Epoche di passaggio, di transizione tra due culture, ma dove una prevarica senza pietà sull’altra. (Things Fall Apart, No Longer at Ease, The Arrow of God). Come Maryse Condé, di lingua francese e nativa della Guadalupe (non africana in questo caso, ma grande storica e ricercatrice). Anch’essa artefice di racconti che sono percorsi storiografici. Come la saga familiare di Ségou. Cito solo Le murailles de terre e La terre en miettes, dove narra di imperi che occupavano i territori del Mali, del Senegal, del Ghana, di popoli stretti tra le armi e le volontà di imam e sceicchi arabo/islamici da un lato e quelle dei francesi usurpatori dall’altro, di quelle ribellioni – ad Haiti, ad esempio – che di tanto in tanto rianimavano gli animi piegati degli schiavi. O come Ahmadou Kourouma, camerunense che in En attendant le vote des bêtes sauvages dà la misura di quanto maligna e crudele possa essere stata (in alcuni casi lo è ancora) la febbre di potere di certi leader africani, maestri di violenza e oppressione. O ancora la rivelazione Jennifer Nansubuga Makumbi che in Kintu ha narrato in modo epico intere generazioni toccate da una maledizione che non risparmia nessuno. Partendo dal regno di Buganda (odierno Uganda) del XVIII secolo si traccia la storia di re, famiglie, usi e costumi fino ad arrivare a quei discendenti che nell’arco di tre secoli, affronteranno i drammi dei cambiamenti, della “civilizzazione”, della povertà e dell’umiliazione in terra straniera, della caduta e del riscatto. E poi – in questa piccola biblioteca essenziale – devo aggiungere Half of a Yellow Sun della celebre Chimamanda Ngozi Adichie, immenso racconto di una Nigeria divisa, in lotta fratricida, che mette luce su quella guerra del Biafra associata in Occidente “solo” con quei poveri piccoli corpi scheletrici e che diede di fatto il via alla stagione degli aiuti per i bambini africani. “Mangia tutto che in Africa i bimbi come te muoiono di fame”, quale mamma a partire dalla fine degli anni Sessanta non ha pronunciato questa frase? E aggiungo anche Maaza Mengiste, nata ad Addis Abeba che in Beneath the Lion’s Gaze racconta la rivoluzione etiope del 1974, gli ultimi giorni dell’imperatore Haile Selassie deposto da un governo militare di stampo socialista, la fame del popolo, le prigioni e le torture, mentre gli eventi corrono anche all’indietro, nel ricordo della brutalità del colonialismo italiano e delle ferite lasciate da quel periodo storico.

Vorrei citarne altri, molti altri di testi che aiutano a studiare la Storia dell’Africa, del passato e di oggi. Ma in Piazza Italia dicono che hanno da fare e che, dopotutto, i corpi neri sempre neri rimangono. E se non sappiamo da dove vengono, quali e quante lingue parlano, dove si trova il loro Paese o se possono contribuire a farci conoscere e imparare qualcosa che non sappiamo, chi se ne frega. Noi siamo italiani e gli italiani – chi è che lo dice? – vengono prima. E non hanno proprio nulla da sapere – o da capire.

Foto: J. Audema – French Colonial administrator Congo 1905

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