L’ascolto e la cooperazione

vadoinafrica_meetup.jpgMartino Ghielmi (secondo da destra nella foto) è un altro, gradito, ospite del blog, al quale ha offerto, da attento osservatore della realtà socio-economica africana, una originale riflessione in occasione del nostro quindicennale. Riprendendo un post di “Immagine dell’Africa” dello scorso agosto,  Ghielmi ha sottolineato la centralità della questione degli stereotipi sul continente africano, prospettando nuovi approcci e modalità di cooperazione. Gli sono particolarmente grato, per la sua disponibilità, e per la sintonia che sento con quello che pensa e sta facendo.

Martino Ghielmi, fondatore di vadoinafrica.com

La questione degli stereotipi sul continente africano (e, ancora di più, sui suoi abitanti) è tra le maggiori “travi nell’occhio” dell’Occidente. 54 Paesi racchiusi in un’entità monolitica (quante volte mi tocca, anche in contesti socio-culturali elevati, sentire “l’Africa è un Paese che…”) fuori dalla storia e quindi privo di futuro.

Stereotipi e caricature bloccano questa fetta di pianeta ad essere percepita solo come guerre, povertà, malattie e ovviamente migranti. Dunque un problema da risolvere. Questo approccio, oltre ad essere privo di rispetto per gli africani che ne sono comprensibilmente sempre più infastiditi, provoca una sorta di isteria collettiva che tiene l’Europa (e in particolare l’Italia) ancora lontana da un’interazione costruttiva con questi contesti.

Di fronte delle potenze emergenti (Cina e India su tutte) che investono creando occupazione e trasferendo competenze, ci si limita a discutere di come “aiutarli a casa loro” senza accorgersi che il paradigma dell’aiuto è assolutamente desueto e inadeguato. Criticare gli asiatici senza proporre alternative credibili di partnership seria è a mio parere un gravissimo errore strategico che l’Occidente pagherà in termini molto più pesanti di quel che si può immaginare.

Per costruire un futuro con il continente occorre sforzarsi di abbandonare gli schemi mentali del passato affrontando il russoiano mito del “buon selvaggio” e quello, speculare, del “salvatore bianco”. Tutto fuorché un’operazione facile. Occorre rendersi conto, come evidenzia Wole Soyinka (premio Nobel per la letteratura 1986, nigeriano) che finora non c’è ancora stato un vero dialogo tra continenti:

“abbiamo avuto piuttosto un monologo, dove a parlare era soltanto l’Europa. Purtroppo, non c’è mai stato un riconoscimento reciproco che prendesse atto delle condizioni economiche profondamente cambiate negli ultimi tempi, bensì un confronto mono-direzionale. Ovviamente anche i leader africani hanno le loro responsabilità. È un peccato, perché un dialogo tra pari favorirebbe non poco lo sviluppo delle relazioni umane.”

A mio parere la strada passa da un’azione tanto semplice quanto ignorata quando si tratta di africani: ascoltarli. Mettersi in ascolto dei bisogni e delle proposte lanciate da imprenditori, intellettuali, artisti del continente è l’unico modo, serio, per promuovere una cooperazione degna di questo nome. Che crei valore per entrambe le parti e la crescita di una cultura condivisa. Ineludibile promuovere mobilità delle persone per ragioni lavorative, basata su qualifiche e competenze e rinnovare gli accordi commerciali di Cotonou (in scadenza nel 2020) incoraggiando la trasformazione in loco di materie prime (minerali, agroalimentari, manifattura).

Per saperne di più: vadoinafrica.com/community

Foto: Il recente Vadoinafrica Meetup Milano

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