Sul Franco CFA e dintorni

franco-cfa

La recente polemica sul Franco CFA entra a pieno titolo, come oggetto di rilievo, nelle riflessioni sull’immagine dell’Africa che stiamo proponendo, in queste settimane, in occasione dei 15 anni del blog. Sul tema interviene puntualmente Gabriele Quinti, socio-economista e statistico-metodologo di Knowledge and Innovation – Scuola di Sociologia e di Ricerca Interdisciplinare, che ha lavorato a lungo in Africa occidentale e centrale. Mettendo in luce l’ignoranza e la superficialità che emergono quando politici e media affrontano le questioni africane, o relative a singole parti dell’Africa.

D.M.

Gabriele Quinti, Knowledge and Innovation – Scuola di Sociologia e di Ricerca Interdisciplinare

Debbo confessare che, malgrado abbia frequentato diversi Paesi africani (globalmente per parecchio tempo) e mi sia sempre interessato alle vicende di molti fra i Paesi di questo continente, non sarei in grado “all’impronta” di rispondere ad alcune delle domande ipotizzate da Antonella Sinopoli per il quiz collettivo rivolto a Piazza Italia che vorrebbe fare. Sui Paesi africani e sull’Africa nel suo insieme c’è sempre moltissimo da imparare e anche chi crede di sapere, in molti casi, sa poco o molto poco. 15 anni del blog ideato da Daniele Mezzana hanno rappresentato un contributo, probabilmente piccolo, ma senz’altro molto significativo per aiutarci a colmare le nostre lacune. Quanto si è detto in Italia in questi ultimi giorni (nel mondo politico e nei media) mi porta a suggerire una ulteriore domanda per il quiz collettivo di Antonella Sinopoli: “che cosa è il Franco CFA?”. Posso sbagliare, ma non mi pare che, nel mondo politico e dei media italiani, di ciò si fosse mai parlato. Poi all’improvviso, qualche giorno fa, l’esistenza del Franco CFA “diventa”, in generale, un demone testimone dell’attuale colonizzazione francese dell’Africa e, nello specifico, una delle maggiori cause dei flussi migratori verso l’Italia… e sulla base di questo presupposto diviene possibile accusare ancora maggiormente la Francia in relazione a detti flussi. Non sta certo a me difendere la Francia e tantomeno il suo passato coloniale. Vorrei solo sottolineare due aspetti.

  1. L’ignoranza “grassa” con la quale si parla “talvolta” dei fatti africani. Tanto per iniziare di Franco CFA non ce n’è uno, bensì due. Uno è la valuta comune di 8 Paesi dell’Africa occidentale (fra cui Senegal, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Burkina Faso, ecc.); l’altro è la valuta comune di 6 Paesi dell’Africa centrale (Cameroun, Repubblica del Congo – o Congo Brazzaville -, Guinea Equatoriale, ecc.). Entrambi hanno il medesimo tasso di cambio rispetto all’Euro, ma si tratta di due monete differenti, controllate da due istituti differenti (uno è la BCEAO – Banque Centrale des Etats de l’Afrique de l’Ouest, con sede a Dakar, l’altro è la BEAC – Banque des Etats de l’Afrique Centrale, con sede a Yaoundé). E, quel che più conta, le banconote sono ovviamente diverse e, se sei ad Abidjan NON puoi pagare con i Franchi CFA della BEAC e, viceversa, se sei a Brazzaville NON puoi pagare con Franchi CFA della BCEAO (ovviamente li puoi convertire). E’ vero che l’esistenza di entrambi i Franchi CFA è legata alla Francia (insieme ad altre monete fanno parte della “zone Franc”), ma sia la BCEAO, sia la BEAC stanno in Africa e sono controllate dai relativi Paesi membri africani. Entrambe le valute sono peraltro convertibili (grazie a riserve depositate presso il Tesoro francese, a garanzia del cambio monetario) e hanno permesso un controllo dell’inflazione nei rispettivi gruppi di Paesi che vari altri Paesi del mondo avrebbero sognato. E al di là di tutto ciò, dai 14 Paesi africani (peraltro NON tutti ex colonie francesi) che hanno queste due valute proviene una parte non irrilevante, ma comunque assolutamente minima, dei migranti che arrivano in Italia
  2. La strumentalità con la quale si parla “talvolta” dei fatti africani (e non solo di questi). Mi permetto di dubitare che ai politici e giornalisti (con qualche eccezione fra i secondi) che hanno parlato di Franco CFA nei giorni scorsi importasse molto del funzionamento di queste valute o del loro ruolo in relazione allo sviluppo economico e sociale dei Paesi africani che le hanno adottate, alla loro governance o al commercio internazionale. Chissà peraltro se avevano presente che intorno a queste due valute si sono costruite due unioni monetarie di 8 e 6 Paesi indipendenti parecchi tempo prima dell’Euro… Si trattava (a torto o a ragione; qui non è questo il punto) di avere un argomento in più per criticare la Francia o per argomentare circa l’attuale politica (sempre che la si possa denominare “politica”) dell’Italia in relazione ai flussi migratori. Peraltro, non mi pare che ciò abbia lasciato tracce e così come il “Franco CFA” è entrato improvvisamente in agenda, poco dopo, in modo subitaneo, ne è uscito. Ma questo modo di fare, purtroppo, non concerne solo i fatti africani.

Cosa è cambiato in questi 15 anni? A “pelle” mi verrebbe da dire che adesso dei Paesi e dei fatti africani o dell’Africa nel suo complesso si parla un po’ di più. Ma troppo spesso con ignoranza (anche sui singoli fatti specifici di cui si parla) e in modo strumentale. Prima se ne parlava assai di meno, ma chi lo faceva, al di là degli intenti, almeno un po’ cercava di capire.

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