Il sovranismo strabico

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Il contributo, attualissimo, di Gianmarco Mancosu ai 15 anni del blog sottolinea, da un punto di vista storico, l’intreccio tra la costruzione della comunità nazionale (in questo caso, di quella italiana) e la presunta minaccia rappresentata dall’azione di altri Paesi europei, e tra il colonialismo (o neo-colonialismo) e l’irritazione verso le nazioni vicine.

 

Gianmarco Mancosu, University of Warwick

In queste settimane, il dibattito pubblico sul tema delle migrazioni ha spesso citato la storia e l’eredità coloniale degli altri paesi europei – in particolare quella francese – come la causa principale dei mali che affliggono l’Africa e le cui conseguenze negative si riverserebbero direttamente sulla società italiana. Più dei contenuti, spesso fuori luogo, di queste argomentazioni, è interessante leggere tra le righe di questi discorsi, e in particolare osservare  il risentimento attraverso il quale parte della cultura, della politica, e della società italiana continuano a scaricare su ipotetici ‘altri’ le colpe del mancato benessere nazionale.

Questi ragionamenti creano e sfruttano tante tipologie di ‘altri’: quelli che infetterebbero la nazione, corrompendone l’anima e l’ordine sociale; ma anche gli ‘altri’ che non aiutano l’Italia e che anzi vogliono controllarla ed impedirne la crescita. Sia che ci si riferisca ai migranti che approdano nelle coste italiane o al risentimento nei confronti dell’Europa e dei suoi stati membri, c’è un sottile filo rosso che collega lo sguardo sull’altro e, di conseguenza, lo sguardo su se stessi. Elaborando l’intuizione di Benedict Anderson, pare che la comunità immaginata italiana debba costantemente trovare una minaccia esterna per cementare la sua identità. Questa dialettica, trasversale ad altri paesi occidentali (si vedano le vicende legate alla Brexit nel Regno Unito) è alimentata da tanti eventi, narrazioni, immagini che nel corso dei decenni si sono sedimentati nel processo di costruzione delle nazioni. Tuttavia c’è un aspetto, per tanti anni considerato marginale in Italia, che può farci capire meglio questi sguardi incrociati sulle numerose alterità che abitano il dibattito politico e la società. Mi riferisco alla storia e alla retorica coloniali che da fine ottocento fino ai tardi anni cinquanta del novecento hanno pervaso la società e si sono intersecati nelle narrazioni e nelle auto-rappresentazioni dell’italianità.

Non è necessario scomodare integerrimi fascisti e la propaganda del ventennio: Giovanni Pascoli, nel 1911, invitava la grande Proletaria (la nazione italiana) a ‘muoversi’ per conquistare la Libia. Per lui l’Italia era martire delle nazioni, che combatteva per la sua parte all’umanamento e incivilimento. Questa retorica fu esacerbata durante l’invasione dell’Etiopia (1935) che suscitò aspre critiche a livello internazionale. Mussolini si scagliò contro le nazioni europee ‘plutocratiche’ che avrebbero impedito all’Italia la conquista del suo ‘posto al sole’. La fine del fascismo e la perdita delle colonie non portò alla cancellazione della retorica coloniale e del risentimento verso i paesi vincitori della guerra: De Gasperi, per esempio, fece un appello alle potenze vincitrici affinché l’Italia potesse mantenere l’amministrazione delle ex-colonie perché ‘Non sarebbe giusto privare l’Italia di tutte le colonie in cui ha profuso il lavoro dei suoi figli’; Togliatti fu addirittura più esplicito e accusò il governo inglese con queste parole: ‘il governo inglese, se proprio vuol dimostrarsi nostro amico, perché invece di cominciare da Trieste, non comincia col dichiarare di essere d’accordo che rimangano all’Italia le sue vecchie colonie?’.

Questi brevi esempi dimostrano come  colonialismo e irritazione verso gli altri paesi europei siano andati di pari passo. Lo sguardo che ha costruito, razzializzato, e dominato l’alterità africana e quello che ha nutrito il risentimento verso le altre nazioni si sono così incrociati; questo ‘strabismo’ è diventato cronico e al contempo latente, in quanto viene riattivato senza scrupoli nei momenti in cui l’immagine artificiale di un’identità nazionale omogenea è minacciata, o meglio viene fatta percepire come minacciata al fine di costruire consenso politico. Il ‘sovranismo’ tanto citato in questi giorni, più che forza e autorevolezza, rivela così un retroterra di timore e intolleranza verso l’interazione che è alla base di ogni società complessa ma al contempo vitale.

In questo senso, il blog ‘Immagine Africa’ è un archivio che aiuta a ricalibrare questi sguardi, e in particolare quello nei confronti del continente africano e delle sue molteplici storie, società, culture. I 15 anni di attività del blog ci forniscono delle lenti per mettere a fuoco, senza pregiudizi, non semplicemente ciò che avviene al di là del Mediterraneo, ma anche gli interstizi più ambigui e problematici della nostra identità collettiva. Il migliore augurio che mi sento di fare a ‘Immagine Africa’ e a Daniele diventa così un invito a continuare a fornirci spunti di riflessione e sguardi equilibrati e approfonditi sul mondo in cui viviamo. Ad maiora!

Foto tratta da: http://www.sulleormedeinostripadri.it/it/

 

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