Andare oltre il sentire comune

schiavi

Capire l’Africa e le genti africane fa parte del nostro destino. Eppure c’è un “sentire comune” sul continente africano che non riesce a oltrepassare la soglia della superficialità, e che giustifica i peggiori atteggiamenti quotidiani e le peggiori politiche. Gianfranco Della Valle, stimato blogger e operatore contro la tratta degli esseri umani, fornisce un contributo di spessore, perché lungamente riflettuto e sperimentato, sui temi che abbiamo messo al centro dei 15 anni di “Immagine dell’Africa”.

 

Gianfranco Della Valle, curatore di Sancara – Blog sull’Africa

L ’immagine dell’Africa, ovvero la rappresentazione che molti cittadini italiani hanno del continente nero, è una questione di grande attualità. I recenti fenomeni migratori hanno necessariamente indotto gli italiani a porsi domande sui luoghi di provenienza di molte di quelle persone che si incrociano per strada o semplicemente si vedono in alcune, talora crudeli, immagini trasmesse dagli organi di informazione.

La diversità è il sale della vita e interrogarsi, essere curiosi, provare a comprendere e voler conoscere è una legittima e sana questione. Perfino avere dei timori può essere normale. Quello che sembra distonico è che la risposta comune a queste domande si poggia ancora su stereotipi vecchi che, nonostante il tempo trascorso, restano ancorati al sentire comune.

Che dell’Africa ancora molti oggi non sappiano collocare su di una mappa neppure gli Stati più conosciuti, è un fatto noto. Frutto sicuramente di superficialità, talora di ignoranza e disinteresse, e comunque sempre figlia di quell’educazione scolastica che poco o niente lascia alla storia (e alla geografia) africana.

Oggi però la questione si pone in modo diverso. Se un tempo la conoscenza del continente poteva sembrare, ad alcuni, un puro esercizio di stile per ostentare cultura, in questi tempi essa contribuisce ad orientare le nostre scelte.

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un’idea che rappresenta l’Africa come una unica realtà quasi a voler eliminare i confini – certo alcuni realisticamente troppo tracciati con il righello – dei 54 paesi che oggi esistono nel continente e che compongono un puzzle complesso.

Ma la cosa che maggiormente sorprende nei discorsi “da bar” dell’opinione pubblica italiana è quella di un’Africa ancora relegata nelle capanne di remoti villaggi nel deserto e nelle foresta, abitata da uomini e donne seminudi ancora in attesa che qualcuno consegni loro le chiavi della civiltà e del progresso.

Si ascoltano dotte considerazioni sul fatto che molte delle persone che provengono dall’altro lato del Mediterraneo arrivano con moderni smartphone (quasi fosse un reato), ignorando che l’intero continente è uno dei luoghi del pianeta dove si registra la maggior crescita di contratti di telefonia mobile avendo, nei fatti, bypassato l’era della telefonia fissa.

Non si vuole vedere un’Africa dinamica, che cresce da un punto di vista dei valori macro-economici con velocità impressionante, dove accanto alle capanne (che, certo, e direi perfino per fortuna, ancora esistono) si sviluppano centri di ricerca, di produzione artistica, di formazione e ogni altra cosa che nulla hanno da invidiare con le Università o i Centri Finanziari del resto del Pianeta.

Si giustificano comportamenti incivili e criminosi, commessi da alcuni, come segno inequivocabile dell’arretratezza culturale (quando non peggio) di un intero continente. Come a dire che poiché alcuni preti hanno commesso crimini inaccettabili nell’ambito della pedofilia, l’intera Chiesa non sia altro che un covo di depravati.

Non si vuole accettare che il sottosuolo africano produce e nasconde ricchezze incredibili che mai finiscono con giovare alle popolazioni locali, semmai sono all’origine di sanguinosi conflitti che solo per nostra comodità releghiamo alla sfera delle rivalità tra gruppi etnici o tra religioni.

Forse perfino i numerosi clienti di giovanissime prostitute nigeriane (ne sono sbarcate in Italia un numero vicino a 20 mila nel solo triennio 2015-2017) sono convinti che quelle donne rappresentano comportamenti e costumi diffusi tra le popolazioni africane, che esprimano una inesistente libertà sessuale, ignorando che nella quasi totalità di casi si tratta di donne costrette a vendere il loro corpo per pagare debiti contratti con potenti organizzazioni criminali.

Insomma, oggi più che ieri, una corretta narrazione del continente africano è una grande responsabilità nella mani di chi influenza l’opinione pubblica, perché da quella immagine che i cittadini si faranno dipenderanno scelte e prese di posizione che influenzeranno, per sempre, la vita di molte persone.

 

Nella riproduzione, il commercio degli schiavi in una stampa del 1888 (da http://www.lastampa.it)

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