Grattacieli e tucul

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Gli stereotipi sono radicati e di facile uso. Per questo motivo, a turno, ci cascano tutti. In una rubrica che di solito apprezzo molto, il 16 maggio Michele Serra, per criticare le preoccupazioni dei razzisti circa la presunta “sostituzione etnica” causata dalle migrazioni, conclude: “Non è che uno si sveglia e al posto della cattedrale di Arles trova i tucul. Troverà, semmai, parecchi africani nella cattedrale di Arles. Se anche questo gli arreca disturbo, beh non è un patriota, è solo razzista”.

Una delle rappresentazioni più diffuse e disturbanti delle società africane di oggi è quella secondo la quale l’Africa è “per essenza” rurale e identificata nella dimensione del “villaggio”, delle capanne e, appunto, dei “tucul”. Ora, se è vero che il continente africano ha una predominante realtà rurale, è anche vero che ha una antichissima tradizione urbana, e una attuale forte urbanizzazione. Ed è ormai noto che la maggior parte dei migranti africani verso i nostri paesi non sono quelli che vivono nelle capanne, bensì quelli che se lo possono permettere, e che per lo più vivono in realtà urbane. Dunque la citazione del tucul come espressione tipica dell’africanità è un po’ come dire che gli africani mangiano solo le banane. Non è certamente quello che Serra voleva dire, perchè l’argomento dell’articolo era la critica del razzismo, con la consueta verve e ironia. Ma a volte il linguaggio, il discorso, la cultura, le abitudini, le letture fatte da ragazzo fanno brutti scherzi, anche al di là delle migliori intenzioni.

(veduta di Dakar, da: http://www.airfrance.fr)

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