I tanti afropessimismi

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L’afropessimismo è una corrente di pensiero secondo cui la gente africana non ha speranza. L’afropessimismo è come un fiume carsico: appare e scompare nel corso della storia e del pensiero umano, a varie latitudini, e quando appare lo fa in tanti modi. L’afropessimismo ha infatti diverse manifestazioni: quella razzista e colonialista (“gli africani sono popoli inferiori da sottomettere”); quella paternalista e neo-colonialista (“gli africani non ce la fanno da soli, per cui vanno aiutati dall’esterno”); quella progressista (“gli africani non sono fatti per questo mondo, che va completamente distrutto”). Queste visioni afropessimiste sono diverse per premesse e conclusioni, ma alcuni tratti le accomunano; ad esempio: la generalizzazione di ciò che è “africano” e il farlo diventare “ontologico”, legato all'”essenza” della gente africana (ma stiamo parlando del continente delle diversità); l’accostamento tra l'”africanità” e la carenza o mancanza di una piena “umanità”; la mancanza di comprensione che la storia è fatta (e può essere cambiata) da specifici attori e gruppi sociali, differenti tra loro per visioni e capacità. E molto altro ancora. E’ sorprendente, ma non troppo, che anche il mondo dell’arte giochi pericolosamente con queste categorie. Ne ha parlato, ad esempio la studiosa Abimbola Adelakun circa il caso del cantante afroamericano Rick Ross, con il suo “Hold me back” (2012), ambientato a Lagos, che scatenò a suo tempo diverse polemiche presso il pubblico nigeriano, per il suo sguardo troppo stereotipato sulla società di questo importante Paese.

La foto (Memphis 1968) è tratta da: http://frenchie-pop.blogspot.com

La ricerca genetica come priorità

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Nel 2003, per la prima volta, è stato sequenziato il genoma umano, ad opera di numerosi centri di ricerca in tutto il mondo, ma a tutt’oggi l’Africa è considerata solo in minima parte: solo il 2% dei campioni genetici utilizzati per la ricerca farmaceutica provengono dal continente africano. L’Africa è dunque svantaggiata nella ricerca di trattamenti farmacologici adeguati. Di questi temi si è parlato, tra l’altro, nel VI Congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica, tenutosi a febbraio ad Addis Abeba.

Anch su questo versante, la conoscenza dei popoli africani è fondamentale: per la comprensione delle origini dell’uomo, della diversità genetica e della predisposizione alle malattie. Sviluppare progetti su larga scala che studino la propensione alle malattie tra diverse popolazioni in tutto il continente è una chiara esigenza scientifica e di sanità pubblica. Tale sforzo dovrebbe essere integrato con programmi volti a migliorare la capacità di ricerca in loco. A questo proposito, le cose stanno gradualmente cambiando, grazie anche al lavoro di istituti di punta in diversi Paesi, tra cui la Nigeria e il Sudafrica.

Rafforzare la ricerca genetica è una priorità, non solo non solo per i singoli Paesi, ma per tutti noi, su scala globale. Come anche i profani stanno imparando in queste settimane di pandemia.

Ringrazio Andrea Spinelli Barrile, di Slow news, per gli spunti forniti

Immagine tratta da: https://africasecuritynewswire.com

Per gentile concessione?

In un articolo sul "Guardian", il sindaco di Londra, Ken Livingstone, ha ricordato che dopodomani ricorrono i 200 anni dell’abolizione del commercio di schiavi sull’Atlantico, e ha chiesto al governo inglese di formulare esplicite scuse per le storiche responsabilità britanniche nella vicenda. Con l’occasione, Livingstone ha affermato che la liberazione dei neri schiavi è stata, non tanto il frutto di una benevola concessione dei bianchi a persone che da sole non sarebbero state mai in grado di liberarsi, quanto l’esito della congiunzione tra una lunga tradizione di battaglie degli schiavi stessi (fin dal 1570) e una serie di importanti cambiamenti economici. Ringrazio la curatrice del sito "Afroitaliani" della segnalazione.

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Safari da Nobel

Dicono che ad Ernest Hemingway piacesse sparare, e, quando possibile, uccidere (bipedi o quadrupedi non importa). In "verdi colline d’Africa" (1934), lo scrittore narra di un suo safari dell’anno prima. Fresco di questa esperienza, in una lettera a Janet Flanner scriveva: "Mi piace sparare con un fucile, mi piace uccidere e l’Africa è il posto dove farlo". Ecco una delle possibili derive dell’esotismo.

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Un popolo di inventori… (anche)

L’esplorazione di Marte ha avuto tra i suoi principali protagonisti un astrofisico nato in Mali, Cheick Modibo Diarra. Ora è impegnato, oltre che con la NASA, in alcuni programmi dell’UNESCO e in vari progetti sull’educazione e la scienza in Africa, e dirige la Microsoft in questo continente. Diarra è uno dei personaggi africani e afro-americani presentati in un interessante sito antirazzista. La sezione del sito dedicata a tali personaggi si concentra poco, credo volutamente, sugli africani famosi in campo artistico, religioso o politico, mentre mette in rilievo prevalentemente figure di scienziati e inventori. Credo che la lista sia piuttosto incompleta, ma vale la pena di esaminarla.

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Coscienze felici

Ho il pallino dei resoconti dei viaggi nel continente africano scritti dai turisti, perché mostrano in maniera suggestiva e immediata (praticamente senza filtri) i modelli culturali in cui si sostanzia la nostra socializzazione all’Africa. Questi modelli, senza che ce ne rendiamo conto, in qualche misura, prescrivono a chi viaggia cosa ha importanza e cosa non ce l’ha, "cosa va visto" e "cosa non va visto", cosa è degno di stupore, attenzione, rapimento estetico e cosa no, cosa merita di essere raccontato al rientro e cosa non vale la pena di ricordare. Un magnifico esempio, quasi da manuale (senza offesa per gli autori, anzi li ringrazio), l’ho tratto dal sito "Turisti per caso", e lo offro senza indugio come lettura e meditazione domenicale agli affezionati lettori di questo blog, che ormai (quasi non me ne ero accorto) esiste da tre anni e un mese.

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Maputo mon amour

Niente come un recente scritto dell’attrice Daniela Poggi rende conto del profondo travaglio umano e intellettuale di tante persone che, in vario modo, si stanno interessando dei problemi africani. Tra slancio etico, denuncia sociale, qualche stereotipo, la difficoltà di cogliere la complessità dei dinamismi delle società africane, ma anche il desiderio di andare oltre le vecchie forme di solidarismo. Il testo, che riproduco integralmente, è tratto dal sito del giornale online "Articolo 21".

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Religioni tradizionali: due visioni a confronto

Il livello di pregiudizio verso le religioni tradizionali è una cartina al tornasole per capire il reale atteggiamento di qualcuno verso l’Africa e gli africani. Le religioni tradizionali africane nella loro maggioranza hanno come oggetti principali: – un Dio unico supremo e personale, variamente denominato, che a volte è concepito come padre, a volte come madre e in gran parte dei casi senza specificazioni di genere; – le divinità (esseri spirituali che dipendono da Dio e che possono manifestarsi in fenomeni naturali, come ad esempio il tuono, il sole, le montagne, ecc.); – gli spiriti (benigni o maligni); – gli antenati (spiriti amatissimi, che hanno una speciale relazione con Dio e possono proteggere dagli spiriti maligni; per essere un "antenato" non basta essere defunto, ma avere avuto una vita particolarmente degna). Traggo queste informazioni dal volume che ho citato nell’ultimo post, in particolare da un saggio di Godfrey Igebuike Onah, che si sofferma anche su altri aspetti delle religioni tradizionali (anzi, della religione tradizionale al singolare, come l’autore preferisce indicare tale spiritualità). Se tengo in mente queste ed altre informazioni, credo ci sia qualche equivoco di fondo su questo tema, visto che sulle religioni tradizionali leggo invece, in un volume di Bartholomaus Grill ("Africa!", Fandango libri, 2005) soltanto parole di questo tenore, che (nonostante l’autore sia un giornalista che vive in Africa da decenni) trasudano superficialità, scarsa comprensione e, diciamolo, un certo teutonico e impaziente disprezzo:

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