Congo: tra denuncia, silenzio, storia e opportunità

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è nigrizia-1980.jpg

Ancora pochi giorni e calerà, a parte qualche eccezione, il silenzio dei nostri media sul Congo RD. La tragica vicenda dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista congolese Mustapha Milambo ha portato alla ribalta, in maniera ancor più drammatica del solito, l’attualità e la storia recente di questo immenso paese di grandi tradizioni culturali e dalle enormi ricchezze materiali che il suo popolo non gode. Il blog Sancara, di Gianfranco Della Valle, ha pubblicato un’ottima sintesi sulle vicende storico-politiche del popolo congolese, dal dominio criminale di re Leopoldo II a oggi. Un fondamentale approfondimento è sempre “Congo”, di David Van Reybrouck, da accompagnare magari con opere di contesto più ampio come la “Storia del continente africano” di José do-Nascimento, o dal classico “Storia dell’Africa nera”, di Joseph Ki-Zerbo: anche per non dimenticare che l’Africa esiste da molto, molto prima che se ne interessassero i bianchi. E per andare oltre la cronaca e i luoghi comuni, come correttamente suggerisce Martino Ghielmi nel sito di VadoinAfrica; un sito legato a un network unico nel suo genere, dove la conoscenza e il dialogo tra i popoli si intrecciano con l’economia.

In questi giorni, i ricordi vanno al 1979, dove insieme a un gruppo di giovani ricercatori (molti diventati affermati e famosi) ci recammo nell’allora Zaire, in particolare proprio nel Kivu, per uno studio tra la tradizione e la modernità. Altri tempi. Non era più la cosiddetta “piccola Svizzera” e non era ancora quel luogo di terrore che sarebbe diventato di lì a poco. Avemmo comunque la possibilità di approfondire alcune trasformazioni che testimoniavano uno sfaldamento non controllato del tessuto sociale e culturale tradizionale: un elemento non da poco. Un piccolo articolo che “Nigrizia” ebbe la bontà di pubblicare un anno dopo (vedi foto) parlava di queste cose, centrifugando fenomeni come il mutamento dei ritmi agricoli, il venir meno della tradizione orale, la scolarizzazione, l’industrializzazione.

Archeologia e paleontologia africane

Risuona ancora forte il richiamo del grande Joseph Ki-Zerbo allo studio rigoroso, e orgoglioso, della storia del continente africano. Una storia di cui eminenti filosofi e pensatori europei si sono affannati, per secoli, a negare l’esistenza. A torto, diciamo oggi, ma con grande efficacia, ieri, ai fini della conquista coloniale: un popolo ritenuto senza memoria del passato lo si invade e sfrutta con minor senso di colpa. Nel suo monumentale lavoro di ricostruzione della storia dell’Africa, Ki-Zerbo ha avuto, tra le sue fonti, quelle archeologiche e paleontologiche, interrogate con sapienza, e con piena consapevilezza di come funziona la scienza.

“In Africa più che altrove comminiamo su un passato sepolto. La maggior parte della storia africana è sotterrata e per interrogare seriamente il passato di questo continente bisogna scendere nel sottosuolo. Ma non si deve farlo senza guida né in modo disordinato, poiché ‘quando non si sa quello che si cerca, non si capisce quello che si trova’”. (J. Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Einaudi, 1977 – cap. primo)

La foto del complesso di Great Zimbabwe è di Christopher Scott

Creare valore in Africa

Martino-at-EAF19-1024x768

L’esperienza del network Vadoinafrica è forse unica al mondo, e nasce, come tutte le grandi cose, da una grande visione: “Crediamo che il futuro dell’Europa passi da un nuovo rapporto con l’Africa. Lavoriamo per costruire nuovi scenari connettendo imprenditori e professionisti. Sfidiamo luoghi comuni e interessi per rimettere al centro la capacità creativa delle persone. Affianchiamo aziende e organizzazioni interessate a creare valore con il continente africano.” Sulla base del lavoro di Vadoinafrica, e di una lunga attività di studio e sul campo, il fondatore, Martino Ghielmi, ha appena pubblicato l’e-book “Valore Africa”, una guida pratica per imprenditori che guardano e agiscono oltre gli schemi comuni sul continente africano. I quattro capitoli parlano di: “Perché guardare all’Africa”; “Leggende da sfatare”; “Quattro settori sempreverdi”; “Fattori chiave di successo”. La vicenda di questo network è emblematica, perché mostra quanto un nuovo rapporto tra Europa e Africa possa sorgere dall’unione (inscindibile) tra una lotta serrata agli stereotipi e un insieme strutturato di scambi, esperienze, mobilitazione di risorse, organizzazione.

Nella foto: una iniziativa di Vadoinafrica

 

 

Raccontare per conquistare

pinocchioinafrica

Da sempre, le colonizzazioni sono state precedute e accompagnate da racconti; in forma di romanzi, storie, resoconti, memorie, dipinti, mappe immaginarie. Nel XVI secolo, ad esempio, i viaggi verso le Americhe erano affiancati da tutta una mitologia sulle terre benedette e feconde che i viaggiatori avrebbero incontrato, come le Isole Fortunate (inventate) o le Isole Incantate (le Galapagos). Racconti che sostenevano gli imperi – e i condottieri al loro servizio – nell’attivare e canalizzare energie, obiettivi, passioni, desideri, risorse verso obiettivi di esplorazione e di conquista. Lo stesso è successo con la colonizzazione del continente africano da parte delle potenze europee. Un caso particolare, e molto significativo, è stato quello della letteratura coloniale per ragazzi che è stata elaborata in Italia dalla fine del XIX secolo in poi. Una estesa produzione di romanzi e racconti, in cui si svilivano i popoli africani e le culture locali, si magnificava la capacità civilizzatrice degli italiani, si enfatizzavano le ricchezze naturali e la produttività delle terre da conquistare e da lavorare, e persino (per non spaventare troppo il lettore) si suggerivano inverosimili somiglianze tra il paesaggio italiano e, ad esempio, quello eritreo. Coinvolgendo pure Pinocchio. Insomma: letteratura propagandistica (più o meno ben scritta) per plasmare giovani menti al servizio dell’imperialismo coloniale. Un saggio di Stéphanie Anne Delcroix, qualche anno fa, ha ripercorso molto bene questo fenomeno, descrivendone fasi e caratteristiche.

L’illustrazione si riferisce a “Pinocchio in Africa” (1911) di E. Cherubini

Africani in India

Siddis-Article-picture-11

Nuovo razzismo o “tradizionale” discriminazione a causa del colore della pelle, per giunta mescolato al sistema delle caste? Ciò che accade agli immigrati africani in India è sotto esame da tempo; con una attenzione specifica ai Siddi, i discendenti di mercanti, marinai, schiavi arrivati in India nel corso dei secoli (che nel loro insieme arrivano a circa 350.000 persone), i quali hanno sempre avuto grandi problemi di integrazione. Un importante approfondimento teorico ed empirico è fornito nel volume “Prejudice, Discrimination and Racism against Africans and Siddhis in India”(Cambridge Scholars Publishing, 2020) a cura di Ibrahima Diallo. Ciò a partire dalla chiarificazione degli stessi concetti di pregiudizio razziale, discriminazione, e razzismo, e con un approccio teso a comparare similarità e differenze tra questi mondi complessi venuti a contatto.

La foto è di Kandukuru Nagarjun

 

COVID-19 in Africa: una “comunità di pratica” mondiale

A man carries home groceries during a nationwide 21 day lockdown in an attempt to contain the coronavirus disease (COVID-19) outbreak in Umlazi township near DurbanIl continente africano, i suoi popoli e i suoi leaders stanno mostrando una forte capacità di reazione al COVID-19, a vari livelli, che non era stata prevista da molti osservatori. In questo contesto, tra l’altro, il 29 aprile l’African Development Institute dell’African Development Bank ha organizzato un seminario virtuale sulle sfide macro-economiche poste dal COVID-19 ai Paesi africani, e sulle diseguaglianze nell’economia globale che la pandemia ha ancor più messo in luce. Hanno partecipato oltre 550 ricercatori, decisori ed esperti dal continente africano e di altre aree del pianeta. Sono previsti altri appuntamenti prossimamente. L’idea è quella di lanciare una “comunità di pratica” globale di risposta al COVID-19, senza ripercorrere vecchie strade. Occorrerà certamente una grande capacità di visione, e una forte collaborazione tra scienze e saperi diversi, come mai è successo prima.

La foto è tratta da: http://www.brookings.edu

 

Ubuntu e scienza a Cape Town

Spirit_Ubuntu-620x350

La filosofia dell’Ubuntu si può esprimere in tanti modi. Uno di questi modi è: “io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo”. Insomma: compassione, rispetto, solidarietà. Dal sapere tradizionale, alla filosofia, fino ad arrivare alla scienza: in un mondo in cui la scienza si è spesso staccata dalle esigenze della società, l’ubuntu è una linea guida per riportare la ricerca ai suoi fini primari. Di questo e altro si parlerà a marzo, al workshop di Cape Town del progetto STARBIOS2, promosso dalla sede locale dell’ICGEB (International Center for Genetic Engineering and Biotechnology).

La foto è tratta da: http://africanchronicle.com

Innovazione dal basso

Screen_Shot_2018-06-19_at_1.42.46_PM.original

Il Sudafrica, accanto a grandi programmi di ricerca scientifica e tecnologica su larga scala, sta raccogliendo, da tempo, la sfida della grassroots innovation. Secondo il Libro Bianco su scienza, tecnologia e innovazione del 2019, questa forma di innovazione dal basso “copre una serie diversificata di attività, in cui reti di vicini, gruppi di comunità e attivisti lavorano con la gente per generare soluzioni dal basso per lo sviluppo sostenibile, sotto forma di nuove soluzioni che rispondono alle situazioni locali e agli interessi e valori delle comunità coinvolte, e dove queste comunità hanno il controllo sul processo e sui risultati.” Il Libro Bianco, curato dal Department of Science and Technology del governo sudafricano, propone specifici approcci per sviluppare ecosistemi locali di innovazione. Ad esempio, integrare il sostegno agli innovatori locali nella pianificazione dello sviluppo economico locale, e creare più strutture di incubazione di imprese.

Nella foto, tratta da http://www.ecr.co.za, la bicicletta velocizzata inventata da Nkosana Madi

 

 

L’Africa rappresentata: tra dossier e abitudini

balagadde_site

Dell’Africa, delle tante Afriche, in Italia si parla ancora poco e male. Per malizia politica, per ignoranza, o per colpevole sciatteria. Un importante e ricco dossier di Amref, realizzato dall’Osservatorio di Pavia, mostra quanto siano (purtroppo) ancora vivi e diffusi gli stereotipi e pregiudizi che furono anche motivo di origine di questo blog, e di cui si parlò, nel 2005, nel volume “Società africane”. Il dossier si chiama “L’Africa Mediata – Come fiction, tv, stampa e social raccontano il continente in Italia”, e contiene una accurata analisi del modo in cui l’Africa e gli africani vengono rappresentati nei TG, nella stampa, nella fiction, nei social media. Qualche dato: solo il 2,4% di notizie riguarda il Continente nero, e la maggioranza tratta di immigrazione, in termini catastrofistici e ansiogeni (come se il solo scopo di chi vive in Africa fosse quello di venire, prima o poi, a stabilirsi a casa nostra). Per il resto, emerge la solita carrellata di notizie focalizzata esclusivamente su guerre, siccità, carestie, epidemie, e i relativi appelli alla solidarietà; oppure (per dire qualcosa di “buono”) su animali, natura incontaminata, musica e danza. Con lodevoli eccezioni. Nei TG e nelle fiction qualcosa si muove, ma ci vorrà ancora tempo. Il dossier è molto ricco, e rimando alla sua lettura per i numerosi e interessanti dettagli. Ma voglio notare una mancanza, sia nel dossier, sia nel “decalogo” proposto nella campagna Amref denominata “Non aiutateci per carità”: non si parla né di ricerca scientifica, né di innovazione o impresa. Come se fossero questioni irrilevanti, come se in Africa mancassero i cervelli e le competenze in questo campo. Ovviamente, non è così, e per fortuna in Italia si sta diffondendo una nuova sensibilità su questo argomento (ad esempio: Vadoinafrica.com). Aggiungo che, a mio parere, non è sufficiente proporre una contro-narrazione sulla realtà africana, se nel contempo non si formano dal basso, quotidianamente, nuovi comportamenti, e (più in profondità) nuovi modi di sentire e di rapportarsi, coinvolgendo una gamma ancora più ampia di persone e gruppi umani rispetto a prima. Ma già dare il buon esempio nei racconti sarebbe un ottimo avvio: magari pubblicando, nei siti web e nelle iniziative di raccolta fondi di tante meritevoli ONG, più foto di adulti africani, e molte (ma molte) meno foto di minori africani. Lo so che i testimonial famosi desiderano ardentemente farsi fotografare con bambini di colore bisognosi e riconoscenti, ma un poco si potrà pur negoziare, o no? E’ una ormai ineludibile questione di dignità e di rispetto.

La foto è tratta da: http://www.ahri.org

 

La fotografia: tra invasione, rispetto e ricerca

Ayzoh-Fotografia-Sociale-015La fotografia è uno strumento di informazione, qualche volta di educazione. Ma può facilmente diventare un’arma di distruzione. In ogni caso, è uno dei tanti modi in cui, nel tempo, gruppi umani hanno costruito l’immagine di altri gruppi umani, al punto da far sembrare dei “fatti” quelle che in effetti sono interpretazioni, o manipolazioni (più o meno benevole) della realtà. Nel caso delle società e dei popoli africani, la fotografia ha giocato un ruolo importante, da vari punti di vista. In questo blog, ci siamo tornati varie volte, nel corso del tempo, ed è particolarmente interessante segnalare “La fotografia e i territori dell’altro”: un ricco opuscolo di Claudio Maria Lerario pubblicato di recente da Ayzoh!, un “centro di fotografia documentaria e progettazione editoriale che opera al fianco dei costruttori di comunità”. Questo prodotto nasce nell’ambito del fecondo network di VadoinAfrica, una della più valide iniziative sorte in Italia negli ultimi anni per la promozione di ponti e scambi con il continente africano, a partire da una profonda comprensione delle vecchie e (soprattutto) nuove dinamiche che lo percorrono. L’opuscolo contiene molte riflessioni e consigli sull’atteggiamento di rispetto e attenzione da tenere nel momento in cui ci si accinge a fare fotografie a persone che vivono nel continente africano, e che hanno capito, da secoli, cosa vuol dire essere fraintesi e stigmatizzati.

L’immagine è tratta da “La fotografia e i territori dell’altro”, di Claudio Maria Lerario