Creare valore in Africa

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L’esperienza del network Vadoinafrica è forse unica al mondo, e nasce, come tutte le grandi cose, da una grande visione: “Crediamo che il futuro dell’Europa passi da un nuovo rapporto con l’Africa. Lavoriamo per costruire nuovi scenari connettendo imprenditori e professionisti. Sfidiamo luoghi comuni e interessi per rimettere al centro la capacità creativa delle persone. Affianchiamo aziende e organizzazioni interessate a creare valore con il continente africano.” Sulla base del lavoro di Vadoinafrica, e di una lunga attività di studio e sul campo, il fondatore, Martino Ghielmi, ha appena pubblicato l’e-book “Valore Africa”, una guida pratica per imprenditori che guardano e agiscono oltre gli schemi comuni sul continente africano. I quattro capitoli parlano di: “Perché guardare all’Africa”; “Leggende da sfatare”; “Quattro settori sempreverdi”; “Fattori chiave di successo”. La vicenda di questo network è emblematica, perché mostra quanto un nuovo rapporto tra Europa e Africa possa sorgere dall’unione (inscindibile) tra una lotta serrata agli stereotipi e un insieme strutturato di scambi, esperienze, mobilitazione di risorse, organizzazione.

Nella foto: una iniziativa di Vadoinafrica

 

 

Raccontare per conquistare

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Da sempre, le colonizzazioni sono state precedute e accompagnate da racconti; in forma di romanzi, storie, resoconti, memorie, dipinti, mappe immaginarie. Nel XVI secolo, ad esempio, i viaggi verso le Americhe erano affiancati da tutta una mitologia sulle terre benedette e feconde che i viaggiatori avrebbero incontrato, come le Isole Fortunate (inventate) o le Isole Incantate (le Galapagos). Racconti che sostenevano gli imperi – e i condottieri al loro servizio – nell’attivare e canalizzare energie, obiettivi, passioni, desideri, risorse verso obiettivi di esplorazione e di conquista. Lo stesso è successo con la colonizzazione del continente africano da parte delle potenze europee. Un caso particolare, e molto significativo, è stato quello della letteratura coloniale per ragazzi che è stata elaborata in Italia dalla fine del XIX secolo in poi. Una estesa produzione di romanzi e racconti, in cui si svilivano i popoli africani e le culture locali, si magnificava la capacità civilizzatrice degli italiani, si enfatizzavano le ricchezze naturali e la produttività delle terre da conquistare e da lavorare, e persino (per non spaventare troppo il lettore) si suggerivano inverosimili somiglianze tra il paesaggio italiano e, ad esempio, quello eritreo. Coinvolgendo pure Pinocchio. Insomma: letteratura propagandistica (più o meno ben scritta) per plasmare giovani menti al servizio dell’imperialismo coloniale. Un saggio di Stéphanie Anne Delcroix, qualche anno fa, ha ripercorso molto bene questo fenomeno, descrivendone fasi e caratteristiche.

L’illustrazione si riferisce a “Pinocchio in Africa” (1911) di E. Cherubini

Africani in India

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Nuovo razzismo o “tradizionale” discriminazione a causa del colore della pelle, per giunta mescolato al sistema delle caste? Ciò che accade agli immigrati africani in India è sotto esame da tempo; con una attenzione specifica ai Siddi, i discendenti di mercanti, marinai, schiavi arrivati in India nel corso dei secoli (che nel loro insieme arrivano a circa 350.000 persone), i quali hanno sempre avuto grandi problemi di integrazione. Un importante approfondimento teorico ed empirico è fornito nel volume “Prejudice, Discrimination and Racism against Africans and Siddhis in India”(Cambridge Scholars Publishing, 2020) a cura di Ibrahima Diallo. Ciò a partire dalla chiarificazione degli stessi concetti di pregiudizio razziale, discriminazione, e razzismo, e con un approccio teso a comparare similarità e differenze tra questi mondi complessi venuti a contatto.

La foto è di Kandukuru Nagarjun

 

I tanti afropessimismi

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L’afropessimismo è una corrente di pensiero secondo cui la gente africana non ha speranza. L’afropessimismo è come un fiume carsico: appare e scompare nel corso della storia e del pensiero umano, a varie latitudini, e quando appare lo fa in tanti modi. L’afropessimismo ha infatti diverse manifestazioni: quella razzista e colonialista (“gli africani sono popoli inferiori da sottomettere”); quella paternalista e neo-colonialista (“gli africani non ce la fanno da soli, per cui vanno aiutati dall’esterno”); quella progressista (“gli africani non sono fatti per questo mondo, che va completamente distrutto”). Queste visioni afropessimiste sono diverse per premesse e conclusioni, ma alcuni tratti le accomunano; ad esempio: la generalizzazione di ciò che è “africano” e il farlo diventare “ontologico”, legato all'”essenza” della gente africana (ma stiamo parlando del continente delle diversità); l’accostamento tra l'”africanità” e la carenza o mancanza di una piena “umanità”; la mancanza di comprensione che la storia è fatta (e può essere cambiata) da specifici attori e gruppi sociali, differenti tra loro per visioni e capacità. E molto altro ancora. E’ sorprendente, ma non troppo, che anche il mondo dell’arte giochi pericolosamente con queste categorie. Ne ha parlato, ad esempio la studiosa Abimbola Adelakun circa il caso del cantante afroamericano Rick Ross, con il suo “Hold me back” (2012), ambientato a Lagos, che scatenò a suo tempo diverse polemiche presso il pubblico nigeriano, per il suo sguardo troppo stereotipato sulla società di questo importante Paese.

La foto (Memphis 1968) è tratta da: http://frenchie-pop.blogspot.com

COVID-19 in Africa: una “comunità di pratica” mondiale

A man carries home groceries during a nationwide 21 day lockdown in an attempt to contain the coronavirus disease (COVID-19) outbreak in Umlazi township near DurbanIl continente africano, i suoi popoli e i suoi leaders stanno mostrando una forte capacità di reazione al COVID-19, a vari livelli, che non era stata prevista da molti osservatori. In questo contesto, tra l’altro, il 29 aprile l’African Development Institute dell’African Development Bank ha organizzato un seminario virtuale sulle sfide macro-economiche poste dal COVID-19 ai Paesi africani, e sulle diseguaglianze nell’economia globale che la pandemia ha ancor più messo in luce. Hanno partecipato oltre 550 ricercatori, decisori ed esperti dal continente africano e di altre aree del pianeta. Sono previsti altri appuntamenti prossimamente. L’idea è quella di lanciare una “comunità di pratica” globale di risposta al COVID-19, senza ripercorrere vecchie strade. Occorrerà certamente una grande capacità di visione, e una forte collaborazione tra scienze e saperi diversi, come mai è successo prima.

La foto è tratta da: http://www.brookings.edu

 

La ricerca genetica come priorità

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Nel 2003, per la prima volta, è stato sequenziato il genoma umano, ad opera di numerosi centri di ricerca in tutto il mondo, ma a tutt’oggi l’Africa è considerata solo in minima parte: solo il 2% dei campioni genetici utilizzati per la ricerca farmaceutica provengono dal continente africano. L’Africa è dunque svantaggiata nella ricerca di trattamenti farmacologici adeguati. Di questi temi si è parlato, tra l’altro, nel VI Congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica, tenutosi a febbraio ad Addis Abeba.

Anch su questo versante, la conoscenza dei popoli africani è fondamentale: per la comprensione delle origini dell’uomo, della diversità genetica e della predisposizione alle malattie. Sviluppare progetti su larga scala che studino la propensione alle malattie tra diverse popolazioni in tutto il continente è una chiara esigenza scientifica e di sanità pubblica. Tale sforzo dovrebbe essere integrato con programmi volti a migliorare la capacità di ricerca in loco. A questo proposito, le cose stanno gradualmente cambiando, grazie anche al lavoro di istituti di punta in diversi Paesi, tra cui la Nigeria e il Sudafrica.

Rafforzare la ricerca genetica è una priorità, non solo non solo per i singoli Paesi, ma per tutti noi, su scala globale. Come anche i profani stanno imparando in queste settimane di pandemia.

Ringrazio Andrea Spinelli Barrile, di Slow news, per gli spunti forniti

Immagine tratta da: https://africasecuritynewswire.com

Gestione comunitaria delle catastrofi

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In Africa centrale, più del 70% delle catastrofi “naturali” sono di origine idro-meteorologica (siccità, inondazioni, frane), e per i prossimi anni la tendenza aumenterà. In attesa che si ponga un serio rimedio al cambiamento climatico, le vite delle persone richiedono intanto politiche e interventi di prevenzione e gestione dei rischi. Su questi argomenti, si sta svolgendo a Libreville, ove mi trovo, un atelier di formazione nel quadro di un progetto della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Centrale (CEEAC/ECCAS), per rafforzare le capacità di esperti ed operatori nel settore della protezione civile. Al centro dell’attenzione, la partecipazione dei cittadini, a partire da una circolazione di informazioni efficace, adeguata, adatta e sostenibile nel tempo.  L’atelier è suddiviso in attività plenarie e di gruppo. Tra i temi affrontati: la valorizzazione dell’informazione popolare, gli approcci partecipativi alla gestione dei rischi, gli aspetti giuridici e strategici, la comunicazione sui rischi, il ruolo dei parlamentari, le questioni di genere nella gestione dei rischi, il coinvolgimento dei soggetti vulnerabili, il contributo della ricerca scientifica e della formazione in questo campo.

Nella foto, una inondazione nel Nord del Camerun

Ubuntu e scienza a Cape Town

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La filosofia dell’Ubuntu si può esprimere in tanti modi. Uno di questi modi è: “io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo”. Insomma: compassione, rispetto, solidarietà. Dal sapere tradizionale, alla filosofia, fino ad arrivare alla scienza: in un mondo in cui la scienza si è spesso staccata dalle esigenze della società, l’ubuntu è una linea guida per riportare la ricerca ai suoi fini primari. Di questo e altro si parlerà a marzo, al workshop di Cape Town del progetto STARBIOS2, promosso dalla sede locale dell’ICGEB (International Center for Genetic Engineering and Biotechnology).

La foto è tratta da: http://africanchronicle.com

Innovazione dal basso

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Il Sudafrica, accanto a grandi programmi di ricerca scientifica e tecnologica su larga scala, sta raccogliendo, da tempo, la sfida della grassroots innovation. Secondo il Libro Bianco su scienza, tecnologia e innovazione del 2019, questa forma di innovazione dal basso “copre una serie diversificata di attività, in cui reti di vicini, gruppi di comunità e attivisti lavorano con la gente per generare soluzioni dal basso per lo sviluppo sostenibile, sotto forma di nuove soluzioni che rispondono alle situazioni locali e agli interessi e valori delle comunità coinvolte, e dove queste comunità hanno il controllo sul processo e sui risultati.” Il Libro Bianco, curato dal Department of Science and Technology del governo sudafricano, propone specifici approcci per sviluppare ecosistemi locali di innovazione. Ad esempio, integrare il sostegno agli innovatori locali nella pianificazione dello sviluppo economico locale, e creare più strutture di incubazione di imprese.

Nella foto, tratta da http://www.ecr.co.za, la bicicletta velocizzata inventata da Nkosana Madi

 

 

L’antica fantascienza africana

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La fantascienza in Africa ha le radici ancestrali dei suoi miti, e l’apertura dinamica delle  sue odierne società. Nnedi Okorafor, Sarah Lotz, Tendai Huchu, Cristy Zinn, Ashley Jacobs, Nick Wood, Tade Thompson, S.A. Partridge, Chinelo Onwualu, Uko Bendi Udo, Dave de Burgh, Biram Mboob, Sally-Ann Murray, Mandisi Nkomo, Liam Kruger, Chiagozie Fred Nwonwu, Joan De La Haye, Mia Arderne, Rafeeat Aliyu, Martin Stokes, Clifton Gachagua, Efe Okogu. Tutti scrittori che hanno contribuito all’antologia “AfroSF: Science Fiction by African Writers” del 2013. La scena varia: dai riti di iniziazione ai viaggi interstellari. Ma i romanzi degli autori africani riferibili a questo “genere” (a dire il vero molto variegato) mostrano spesso una Terra in pericolo, e ambienti urbani o rurali inquinati e devastati da predoni di ogni tipo. Storie da seguire con attenzione, perché parlano di noi tutti, e dell’unica barca in cui, insieme, volenti o nolenti, vaghiamo nel cosmo.

Nell’immagine: Victoria Island [Lagos 2081 A.D.] di Olaleken Jeyifous.