Ubuntu e scienza a Cape Town

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La filosofia dell’Ubuntu si può esprimere in tanti modi. Uno di questi modi è: “io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo”. Insomma: compassione, rispetto, solidarietà. Dal sapere tradizionale, alla filosofia, fino ad arrivare alla scienza: in un mondo in cui la scienza si è spesso staccata dalle esigenze della società, l’ubuntu è una linea guida per riportare la ricerca ai suoi fini primari. Di questo e altro si parlerà a marzo, al workshop di Cape Town del progetto STARBIOS2, promosso dalla sede locale dell’ICGEB (International Center for Genetic Engineering and Biotechnology).

La foto è tratta da: http://africanchronicle.com

Africa: narrazioni, contro-narrazioni ed esperienza

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Un bel progetto di SeedScience, sostenuto anche da STARBIOS2, ha avuto al suo centro la formazione e l’aggiornamento di insegnanti ghanesi e kenioti nel campo delle scienze. Alcuni di questi insegnanti sono venuti giorni fa in Italia a perfezionarsi, e a condividere il loro lavoro con gli studenti, presso l’Università di Roma Tor Vergata. Credo che questi incontri abbiano prodotto, presso gli studenti italiani che hanno partecipato all’iniziativa, un reale cambiamento nel modo di percepire la realtà africana. E questo piccolo ma importante caso porta a una riflessione che mi sembra oggi importante.

Molte persone che hanno a cuore il ruolo nel mondo del continente africano e dei suoi singoli popoli stanno perorando la causa di una contro-narrazione sull’Africa, che bilanci le narrazioni distorte che circolano. Chi cura da 15 anni un blog chiamato “Immagine dell’Africa” non può che essere d’accordo.

Tuttavia, nella discussione in atto sulle narrazioni e contro-narrazioni sul continente e sui popoli africani, il rischio è quello di trascurare un elemento fondamentale: la realtà viva da cui ogni racconto dovrebbe trarre base, linfa, ragion d’essere. Ad esempio, il mito di liberazione dall’Egitto del popolo ebreo oppresso, che trova espressione nella Bibbia,  ha avuto un forte legame con una esperienza storica vissuta. E lo stesso si può dire delle grandi narrazioni legate ai movimenti operai e di liberazione politica e sociale dei secoli passati.

Per cambiare, a casa nostra, il modo di considerare la gente che viene dall’Africa o che ci vive, non è dunque sufficiente una bella e corretta contro-narrazione: occorre anche e soprattutto (come tanti già fanno) favorire sempre di più incontri tra cervelli e corpi, esperienze, eventi che diventino rappresentazioni profonde della realtà e memorie da condividere. Che incidano anche sulla “pancia” delle persone, non soltanto sulla loro razionalità, e diventino la fonte di nuove regole e nuove distribuzioni di risorse.

Altrimenti si resterà schiacciati su una logica quasi da marketing d’immagine, che non cambierà nulla. E la solidarietà e il dialogo tra popoli resterà illuministicamente confinata all’ambito delle chiacchiere, mentre la “pancia” sarà dominata, purtroppo, da altri.

 

A proposito di rappresentazioni ed esperienze, il pensiero non può non andare a coloro che hanno perso la vita nell’incidente aereo della settimana scorsa ad Addis Abeba. Una in particolare la conoscevo e, tanti anni fa, frequentavo: Paolo Dieci, persona di grande intelligenza, capacità, sensibilità e gentilezza, con cui andai, insieme ad altri amici e colleghi, nel 1979, in Zaire (ora RD Congo), in quello che per tutti noi fu il primo viaggio nel continente africano. Viaggio che ha segnato l’esistenza di molti, ispirato da un’altra persona che non c’è più: Giancarlo Quaranta.

La foto è tratta dalla pagina Facebook di SeedScience

Omosessualità e diritti in Camerun

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“Il vero problema dell’omosessualità nel nostro Paese è un problema di ignoranza”, ha affermato tempo fa il pastore Jean-Blaise Kenmogne, rettore dell’Università Evangelica del Camerun e direttore della ONG “Cercle International pour la promotion de la création”. Si tratta, afferma Kenmogne, di ignoranza della complessità della sessualità umana,  ignoranza delle configurazioni culturali e delle scelte in materia sessuale, ignoranza delle profonde trasformazioni che gli incontri tra culture e civiltà hanno indotto nel corso della storia circa la visione della sessualità, ignoranza della libertà radicale dell’essere umano per quanto riguarda le sue opzioni intime. Ho incontrato il pastore Kenmogne a Roma qualche giorno fa, a un convegno del progetto STARBIOS2 sulla ricerca e innovazione responsabile in Africa. Paladino dei diritti umani e studioso nel campo dell’etica, Kenmogne ha dedicato, tra l’altro, vari scritti ai diritti degli omosessuali. Tra questi, “Homosexualité, Eglise et Droits de l’Homme” (ed. Ceros 2012).

La foto del pastore Jean-Blaise Kenmogne è tratta da: http://www.afroleadership.org

 

Souleymane Bachir Diagne: “L’encre des savants” e la scrittura in Africa

Uno dei luoghi comuni più radicati sulle società africane è quello secondo il quale la scrittura sarebbe un’acquisizione molto recente in questo continente, le cui culture sarebbero, tutte, caratterizzate essenzialmente dall’oralità. Si tratta di un’affermazione infondata: basti pensare, ad esempio, ai manoscritti presenti nelle antiche biblioteche di Timbuctu. Uno studioso che si è soffermato su questo tema, da un punto di vista filosofico, è Souleymane Bachir Diagne, insigne  intellettuale senegalese che è attualmente docente alla Columbia University di New York. Qui un breve servizio sul suo conto e sul suo ultimo libro “L’encre des savants”.

La foto di Souleymane Bachir Diagne è tratta da: http://www.actu24.net

Un classico della filosofia africana

Grazie al lavoro di Lidia Procesi (dell’Università di Roma 3), è stato tradotto in italiano un classico della filosofia africana: "Autenticità africana e filosofia", di Fabien Eboussi Boulaga (Christian Marinotti editore, 2007). Il testo è stato pubblicato, nella versione originaria, nel 1977. Riporto alcuni passi della quarta di copertina. "(…) Nel peggiore dei casi per il comune sentire una ‘filosofia africana’ non esiste, perchè non si è mai visto un Aristotele nero. Nel migliore dei casi si associa a una delle tante merci di un’Africa da diporto, che alterna statuette a proverbi e riti magici, sempre al ritmo del tam-tam. E dove, tra le curiosità e le paccottiglie folkloristiche, la ‘filosofia africana’ si confonde nel supermercato della moda etnica. Qui Fabien Eboussi Boulaga mette in scena il ‘Muntu’, un ‘Africano’ tipico e tradizionale secondo i gusti dei consumatori europei. ‘Muntu’ è il suono esotico che evoca quell’Africa tutta emozione, danza e naturalità, che ingolosisce il pubblico, promettendo rimedi succulenti alla noia dei soliti passatempi e panorami metropolitani (…)"

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Razzismo illuminato

Kant pensava che i neri puzzassero, Voltaire che le negre si accoppiassero con gli scimpanzé dando vita a mostri sterili, Hume che i negri (e in generale tutte le altre specie di uomini) fossero per natura inferiori ai bianchi. Montesquieu considerava che "non ci si può convincere che Dio, il quale è un essere molto saggio, abbia posto un’anima, e soprattutto un’anima buona, in un corpo tanto nero”. E così via. Con tutto il dovuto rispetto per questi grandi pensatori, Marco Marsilio in un suo testo ha messo in evidenza quanto sia impossibile confinare sbrigativamente il razzismo a una sorta di parentesi di irrazionalità nella storia dell’occidente, con qualche precursore (Gobineau ed altri) e una "esplosione" negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso. Il razzismo, afferma Marsilio, fa parte integrante della storia della modernità ed è una realtà con cui fare i conti in modo meno superficiale di quanto si sia fatto sinora. Questo, aggiungo, potrebbe consentirci di spiegare meglio alcune cose, compreso il paternalismo – anche progressista – che si vede in giro.

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Neri: istruzioni per l’uso

Il mondo sociale lo costruiamo noi, continuamente, ma una volta costruito lo troviamo, per così dire, a noi esterno: sta lì a condizionare, anche se non a "determinare" ciò che pensiamo e facciamo; fino a che non modifichiamo le regole del nostro pensiero e delle nostre azioni. Questo vale per tanti aspetti della nostra vita, anche per il modo in cui gli africani sono immaginati. Un volume a cura di Roberto Cagliero e Francesco Ronzon, "Spettri di Haiti" (Ombre corte, Verona 2002), si sofferma in modo approfondito sul ruolo occupato dai neri nell’ideologia dell’arcaico, dell’esotico e del selvaggio che si è diffusa nel mondo intellettuale europeo a partire dal XVI secolo. Il volume mostra come si è formata l’immagine negativa dei "neri" che oggi molti inconsapevolmente condividono: dai racconti dei viaggiatori e dei geografi del Medioevo, passando, nel Rinascimento, all’ideale di un "uomo" universale, a fronte del quale si presume l’esistenza di gradi di umanità differenti, in cui i gradi inferiori sono occupati dai neri. Con vari passaggi, nel tempo si arriva alla supposizione di una arretratezza ontologica degli africani, che li renderebbe particolarmente adatti al lavoro forzato in piantagione. Non molti sanno che anche l’illuminista Voltaire era d’accordo con tutto ciò. Fatte le dovute contestualizzazioni storiche e culturali, certe cose è bene saperle.

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L’idealizzazione erotica dell’africano

Definire l’essenza di una persona con una sua particolare componente: succede spessissimo in generale, e anche quando si parla degli africani. Ad esempio, in una foto di Robert Mapplethorpe (cui si accede dall’articolo nel link qui sotto) si vede il fallo di un africano spuntare prepotentemente da un elegante pantalone di foggia occidentale. Come nota Kobena Mercer, in quello scatto lo sguardo estetico-erotico dell’eccentrico autore richiama e riproduce un diffuso stereotipo. Infatti, avviene una sorta di “riduzione ontologica” del nero (in questo caso, maschio) come essere definito esclusivamente, per essenza, dalla sua ipersessualità.

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Diversi, e un poco simili

Popoli bisognosi di essere guidati… uomini in stato di barbarie e selvaticità. Parole di chi? Dei filosofi liberali John Locke e John Stuart Mill, e del meno liberale (ma più noto) Giorgio Federico Hegel. Si riferivano alla gente africana. Bisognerebbe che nei licei si spiegasse, durante le lezioni di storia e filosofia, la connessione tra i pensieri, le culture, le politiche, le azioni. Chiudo immediatamente il discorso, ma solo in apparenza, per parlare di un saggio di Ezio Bassani, disponibile su internet al link che riporto sotto. Parla dell’immagine dell’Africa e degli africani tra il ‘500 e il ‘700. Molto interessante, perché tratta dell’origine del modo in cui gli europei hanno letteralmente costruito la loro rappresentazione del continente africano: considerandoli irriducibilmente "diversi", ma anche un po’ "simili" (quel tanto che serviva ad operare confronti col proprio modo di vita, ma anche a togliere ogni identità e specificità). Mi vengono in mente i tanti neocolonialismi – e anche tante anime belle (e inconsapevoli) – del nostro tempo, che in modo diverso e certo con livelli di nobiltà diversi, mostrano un’Africa sempre e comunque dipendente e bisognosa d’aiuto.
Riferimenti: per approfondire: