Raccontare per conquistare

pinocchioinafrica

Da sempre, le colonizzazioni sono state precedute e accompagnate da racconti; in forma di romanzi, storie, resoconti, memorie, dipinti, mappe immaginarie. Nel XVI secolo, ad esempio, i viaggi verso le Americhe erano affiancati da tutta una mitologia sulle terre benedette e feconde che i viaggiatori avrebbero incontrato, come le Isole Fortunate (inventate) o le Isole Incantate (le Galapagos). Racconti che sostenevano gli imperi – e i condottieri al loro servizio – nell’attivare e canalizzare energie, obiettivi, passioni, desideri, risorse verso obiettivi di esplorazione e di conquista. Lo stesso è successo con la colonizzazione del continente africano da parte delle potenze europee. Un caso particolare, e molto significativo, è stato quello della letteratura coloniale per ragazzi che è stata elaborata in Italia dalla fine del XIX secolo in poi. Una estesa produzione di romanzi e racconti, in cui si svilivano i popoli africani e le culture locali, si magnificava la capacità civilizzatrice degli italiani, si enfatizzavano le ricchezze naturali e la produttività delle terre da conquistare e da lavorare, e persino (per non spaventare troppo il lettore) si suggerivano inverosimili somiglianze tra il paesaggio italiano e, ad esempio, quello eritreo. Coinvolgendo pure Pinocchio. Insomma: letteratura propagandistica (più o meno ben scritta) per plasmare giovani menti al servizio dell’imperialismo coloniale. Un saggio di Stéphanie Anne Delcroix, qualche anno fa, ha ripercorso molto bene questo fenomeno, descrivendone fasi e caratteristiche.

L’illustrazione si riferisce a “Pinocchio in Africa” (1911) di E. Cherubini

15 anni di “Immagine dell’Africa”

french_colonial_administrator_congo_1905

Il 18 gennaio del 2004, con timidezza – e una certa imperizia che tutt’ora mi accompagna – pubblicavo il primo post del blog “Immagine dell’Africa”. Figlio minore, ma testardo, di alcune importanti iniziative di ricerca ed editoriali, sfociate nella rivista “Società africane” (che ebbe vita breve per mancanza di fondi adeguati alle ambizioni), e nell’omonimo volume, curato in primis dal compianto Giancarlo Quaranta e (molto poi) anche da me. Il blog, semplicemente, voleva costituire un piccolo osservatorio sul modo in cui, dalle parti nostre ma non solo, sono considerati e raccontati i popoli e le società del continente africano, specialmente a sud del Sahara. Magari proponendo qua e là qualche elemento per una rappresentazione diversa, quanto meno più aderente alla complessa realtà africana. Anche con l’aiuto di tanti amici e colleghi che nel tempo mi hanno fornito documenti, segnalazioni, informazioni, suggerimenti e che, qualche volta, hanno pubblicato qualcosa qua dentro. Nel frattempo, diverse cose sono cambiate e molte no. Tra le cose cambiate c’è sicuramente una maggiore attenzione su questo argomento, anche grazie a persone che ci lavorano a tempo pieno, con passione e competenza. Alcune le ho interpellate, per celebrare a modo nostro questi 15 anni, ovvero facendo il punto della situazione: è cambiato qualcosa nel modo di immaginare e descrivere l’Africa, o meglio le Afriche? Cosa non è cambiato e cosa si può dire e fare ancora? Ci sono argomenti su cui vale la pena di soffermarsi? Bene, da qui a un paio di mesi pubblicherò periodicamente sul blog alcuni generosi contributi, che sono in una forma volutamente semplice e sintetica, in quanto spunti di riflessione e approfondimento, per chi vuole. Comincio con Antonella Sinopoli, che ringrazio per la passione e la sollecitudine con cui ha risposto. Un testo tagliente e profondo, che certamente da’ il “la” a tutto quel che verrà dopo.

D.M.

Antonella Sinopoli, giornalista

Che cosa sappiamo? Che cosa sappiamo noi di questo corpo nero che vaga per le nostre strade in cerca di una moneta o di un riparo. Cosa sappiamo delle strade già percorse. E cosa delle percosse che lo hanno segnato. Cosa sappiamo della sua storia. E cosa della Storia che cavalca secoli e si ciba di verità quanto di bugie e di omissioni.

Ah quanto sarebbe bello fare un quiz collettivo. Un quiz, sì, in questa enorme Piazza Italia. Cominciamo dalle domande di storia. Che so… quando cominciò e quando fu abolita (per molto tempo solo sulla carta, intendiamoci) la tratta atlantica? Oppure: chi era Kwame Nkrumah? E il panafricanismo, il panafricanismo sapete cos’è? E di Steve Biko? Che sapete di lui? E ancora: chi sa nominare alcuni degli imperi africani pre-coloniali… Dai, dai, continuiamo con qualche domanda di geografia. Capitale del Mali? Sorgente del Nilo? Monte più alto? Troppo facili, vero? Ok, ora: quanti sono gli Stati africani? Esistono ancora monarchie? Chi ha vinto le ultime elezioni in Nigeria? Troppo facile, lo so. Del resto basta leggere i giornali. Tenersi informati. No, non parlo dei giornali italiani. Sì, faranno pure bene (?) ma vi risulta che qualcuno abbia corrispondenti locali da qualcuno dei Paesi africani?

E no, attenzione, quando parlo di corrispondenti parlo di giornalisti africani. Sì, del corpo nero. Perché guardate che possiamo anche inviare (raramente) qualche parachute journalist, ma vi assicuro che farà più confusione che altro. Non è mica che non sappia il suo mestiere. Ma provateci – per esempio – a mandare un giornalista russo a Parigi per soli tre giorni e spiegare la rivolta dei gilets jaunes. Sapete cosa farà? Leggerà la stampa locale per farsi un’idea, parlerà con più colleghi possibili, scenderà in strada per guardare e poi scriverà la sua corrispondenza. Beh, tanto valeva pagare un giornalista locale, no? Mamma mia come sono estrema nei miei giudizi! E lo so… Il fatto è che mi piacerebbe continuare il mega quiz in Piazza Italia. Parlare di letteratura, per esempio. Perché è là sui libri – non quelli di scuola – che si conosce la storia dell’Africa. Parlo di scrittrici, scrittori africani. Neri, o anche bianchi come la grande Nadine Gordimer, che ha raccontato la vergogna dell’Apartheid con quella “fredda emozione” (è una mia espressione) che coinvolge ad ogni parola. O come Mia Couto, mozambicano bianco, capace di costruire parole nuove da parole usate, mettendoci dentro il calore di miti, leggende, fantasie, realtà quotidiane. Ma mi sto perdendo… Dicevo, scrittrici, scrittori africani. Quelli che ci stanno restituendo la storia di questo continente così nero e così abbacinante. Anzi la Storia.

Come il colosso Chinua Achebe che in quella trilogia che è romanzo storico, ci racconta la Nigeria – ma in realtà l’Africa tutta – prima della colonizzazione, durante e dopo. Epoche di passaggio, di transizione tra due culture, ma dove una prevarica senza pietà sull’altra. (Things Fall Apart, No Longer at Ease, The Arrow of God). Come Maryse Condé, di lingua francese e nativa della Guadalupe (non africana in questo caso, ma grande storica e ricercatrice). Anch’essa artefice di racconti che sono percorsi storiografici. Come la saga familiare di Ségou. Cito solo Le murailles de terre e La terre en miettes, dove narra di imperi che occupavano i territori del Mali, del Senegal, del Ghana, di popoli stretti tra le armi e le volontà di imam e sceicchi arabo/islamici da un lato e quelle dei francesi usurpatori dall’altro, di quelle ribellioni – ad Haiti, ad esempio – che di tanto in tanto rianimavano gli animi piegati degli schiavi. O come Ahmadou Kourouma, camerunense che in En attendant le vote des bêtes sauvages dà la misura di quanto maligna e crudele possa essere stata (in alcuni casi lo è ancora) la febbre di potere di certi leader africani, maestri di violenza e oppressione. O ancora la rivelazione Jennifer Nansubuga Makumbi che in Kintu ha narrato in modo epico intere generazioni toccate da una maledizione che non risparmia nessuno. Partendo dal regno di Buganda (odierno Uganda) del XVIII secolo si traccia la storia di re, famiglie, usi e costumi fino ad arrivare a quei discendenti che nell’arco di tre secoli, affronteranno i drammi dei cambiamenti, della “civilizzazione”, della povertà e dell’umiliazione in terra straniera, della caduta e del riscatto. E poi – in questa piccola biblioteca essenziale – devo aggiungere Half of a Yellow Sun della celebre Chimamanda Ngozi Adichie, immenso racconto di una Nigeria divisa, in lotta fratricida, che mette luce su quella guerra del Biafra associata in Occidente “solo” con quei poveri piccoli corpi scheletrici e che diede di fatto il via alla stagione degli aiuti per i bambini africani. “Mangia tutto che in Africa i bimbi come te muoiono di fame”, quale mamma a partire dalla fine degli anni Sessanta non ha pronunciato questa frase? E aggiungo anche Maaza Mengiste, nata ad Addis Abeba che in Beneath the Lion’s Gaze racconta la rivoluzione etiope del 1974, gli ultimi giorni dell’imperatore Haile Selassie deposto da un governo militare di stampo socialista, la fame del popolo, le prigioni e le torture, mentre gli eventi corrono anche all’indietro, nel ricordo della brutalità del colonialismo italiano e delle ferite lasciate da quel periodo storico.

Vorrei citarne altri, molti altri di testi che aiutano a studiare la Storia dell’Africa, del passato e di oggi. Ma in Piazza Italia dicono che hanno da fare e che, dopotutto, i corpi neri sempre neri rimangono. E se non sappiamo da dove vengono, quali e quante lingue parlano, dove si trova il loro Paese o se possono contribuire a farci conoscere e imparare qualcosa che non sappiamo, chi se ne frega. Noi siamo italiani e gli italiani – chi è che lo dice? – vengono prima. E non hanno proprio nulla da sapere – o da capire.

Foto: J. Audema – French Colonial administrator Congo 1905

La difficoltà di parlare delle cose positive

Riguardo l’Africa, per lungo tempo è valsa la tacita regola che parlare di persone, fatti, processi “positivi” o non-negativi fosse proibito o immorale. Quasi che trattare di questi argomenti volesse dire occultare i problemi ed essere complici delle ingiustizie e degli squilibri esistenti nel continente africano.  Mi sono trovato innumerevoli volte a dover fare lunghe premesse sui guai delle genti africane, prima di considerarmi sufficientemente giustificato a dire una o due cose che funzionassero, o comunque rientrassero in una qualche normalità politica, economica, sociale, culturale. Naturalmente, i guai (vecchi e nuovi) non mancano, e non si smetterà mai di denunciarli e combatterli. Ma oggi, al tempo stesso, si nota in tutto il mondo un certo cambiamento nel modo in cui emergono, si affrontano e si presentano alcune importanti novità nei pur tortuosi processi di democratizzazione, di crescita economica, di nascita di nuovi attori sulla scena politica, sociale, culturale. Questo è un gran merito delle nuove generazioni di intellettuali, sia in Africa che nella diaspora, e anche di tanti studiosi e operatori “occidentali” che a vario titolo si interessano delle società africane. Per l’Italia, oggi cito due iniziative, come rappresentative di un più ampio insieme: VadoinAfrica di Martino Ghielmi, che si occupa dell'”Africa delle opportunità”, e Africa Art, di Salvatore Dimaggio, che affronta i temi dell’arte e della cultura prodotta nel continente. Entrambe le iniziative nascono dalla premessa che oggi si parla di Africa in modo sbagliato e distorto, e danno un notevole contributo a fornirne una conoscenza più accurata e in profondità. Guardandosi attorno, ve ne è un gran bisogno.

La foto del Zeitz Museum of Contemporary Art Africa è tratta da: www.iol.co.za 

Fonti sulla lingua Hausa

Africa vuol dire diversità. Ad esempio, in questo continente si parlano circa 3200 lingue differenti, senza contare gli innumerevoli dialetti. Una delle lingue più importanti è l’hausa, che  è parlata soprattutto in Nigeria del nord e in Niger, ma è usata in una dozzina di paesi dell’Africa occidentale come una lingua franca, un po’ come il kiswahili nell’Africa orientale. Tra madrelingua e chi la usa come seconda lingua, l’hausa è un idioma parlato da circa cento milioni di persone. E’ dunque una delle più importanti lingue africane, che ha prodotto anche una ricca letteratura, e a cui è dedicata una speciale sezione della pagina Columbia University Libraries. Vale proprio la pena di visitarla. Sono molto affezionato a questa lingua, che mi riporta indietro di tanti anni, quando lavoravo a Tanout, nel Niger.

La foto è tratta da: http://www.naija.ng

 

Il ventre del pitone

Enzo Barnabà è uno storico e francesista che ha vissuto a lungo, tra l’altro, in Costa D’Avorio ed ha una spiccata curiosità e competenza sulle questioni africane. Il suo ultimo romanzo, “Il ventre del pitone” (editore EMI, 2010) è la storia di una ragazza nata in un villaggio ivoriano, Cunégonde (etimologicamente “colei che combatte per la stirpe”). In particolare, è la storia del suo percorso di iniziazione alla vita: da un’infanzia felice nel suo villaggio, al suo distacco da un padre che non merita lei e la madre,  a una lunga odissea attraverso l’Africa Occidentale, fino a un agognato, ma difficile e tormentato, approdo in Italia, insieme al bimbo che nel frattempo ha dato alla luce.

“Il ventre del pitone” è una sorta di percorso guidato di consapevolezza sul vissuto dell’emigrazione dall’Africa. Una emigrazione vista “dal di dentro” e con gli occhi di una donna, appunto Cunégonde; un “io narrante” a cui Barnabà ha saputo dare grande plausibilità e sostanza.

Il romanzo è, inoltre, un percorso guidato alla conoscenza di alcune fondamentali componenti della dimensione culturale africana. La componente dei miti, innanzitutto. Poi quella delle usanze, alcune delle quali richiamate e descritte con dovizia quasi etnografica, senza per questo appesantire la narrazione. Ai proverbi, inoltre, viene dato uno spazio particolare. A tale riguardo, il romanzo è una vera e propria miniera: viene citato un proverbio tradizionale almeno ogni 2-3 pagine, applicandolo a concrete situazioni in cui si trovano i protagonisti.

L’opera di Barnabà è anche una riflessione, a tratti amara, su alcuni effetti perversi della globalizzazione in Africa, e sulle sorti della tradizione, nel suo rapporto dialettico con la modernità. Ma alla resa dei conti, Barnabà ci consegna un personaggio che non intende arrendersi, e che – nonostante quel che scrive Serge Latouche nella prefazione – ci lascia (o almeno ha lasciato me) con la sensazione che Cunégonde e gli africani, in un modo o nell’altro, ce la faranno.

 

Leggete qui prima di scrivere o dire qualsiasi cosa sull’Africa

Tramonto-in-Africa (3)

Il 10 gennaio 2006 avevo pubblicato un post su un tragico, divertente, profondo articolo di   Binyavanga Wainaina, scrittore e giornalista keniano. Wainaina forniva alcuni ironici suggerimenti su come rappresentare l’Africa. L’articolo è poi stato ripreso, e saggiamente tradotto in italiano, dalla rivista Internazionale. Lo ripropongo qui per intero in questa traduzione, perché penso che sia di grande attualità, e che ogni politico, giornalista, tecnico, studioso, cooperante, studente o turista in visita in Africa debba leggere le parole di Wainaina prima di pronunciare o scrivere anche una sola parola su questo continente e sulla sua gente.

Come scrivere d’Africa

(Binyavanga Wainaina)

Nel titolo, usate sempre le parole “Africa”, “nero”, “safari”. Nel sottotitolo, inserite termini come “Zanzibar”, “masai”, “zulu”, “zambesi”, “Congo”, “Nilo”, “grande”, “cielo”, “ombra”, “tamburi”, “sole” o “antico passato”. Altre parole utili sono “guerriglia”, “senza tempo”, “primordiale” e “tribale”.

Mai mettere in copertina (ma neanche all’interno) la foto di un africano ben vestito e in salute, a meno che quell’africano non abbia vinto un Nobel. Usate, piuttosto, immagini di persone a torso nudo con costole in evidenza. Se proprio dovete ritrarre un africano, assicuratevi che indossi un abito tipico masai, zulu o dogon.

Nel testo, descrivete l’Africa come se fosse un paese caldo, polveroso con praterie ondulate, animali e piccoli, minuscoli esseri umani denutriti. Oppure caldo e umido, con popolazione di bassa statura che mangia scimmie. Non perdetevi in descrizioni accurate, l’Africa è grande: cinquantaquattro nazioni e novecento milioni di persone troppo impegnate a soffrire la fame, morire, combattere o emigrare per aver tempo di leggere il vostro libro.

Il continente è pieno di deserti, giungle, altipiani, savane e molti altri paesaggi, ma questo non interessa ai vostri lettori. Fate delle descrizioni romantiche, evocative, senza esagerare con i dettagli.

Ricordatevi di dire che gli africani hanno la musica e il ritmo nel sangue, e che mangiano cose che nessun altro uomo è in grado di mangiare. Non citate mai riso, carne e grano: preferite, tra i piatti tipici del continente nero, cervello di scimmia, capra, serpente, vermi, larve e ogni sorta di selvaggina. E ricordatevi anche di aggiungere che voi siete riusciti a mangiare questi cibi e anzi che avete imparato a farveli piacere.

Soggetti vietati: scene di vita quotidiana, amore tra africani, riferimenti a scrittori o intellettuali, cenni a bambini scolarizzati che non soffrano di framboesia, Ebola o abbiano subìto mutilazioni genitali. Nel libro adottate un tono di voce sommesso e ammiccante con il lettore e un tono triste, alla “era esattamente quello che mi aspettavo”.

Chiarite subito che il vostro progressismo è senza macchia e dite quanto amate l’Africa e come vi sentite in armonia con quella terra e anzi, non potete viverne lontani. L’Africa è l’unico continente che si può amare: approfittatene! Se siete uomini, descrivete le torride foreste vergini. Se siete donne, parlate dell’Africa come di un uomo in giubbotto multitasche che sparisce nel tramonto. L’Africa è da compatire, adorare o dominare. Ma qualsiasi punto di vista scegliate, assicuratevi di dare l’impressione che senza il vostro intervento l’Africa sarebbe spacciata.

I vostri personaggi possono essere guerrieri nudi, servitori reali, indovini, sciamani e vecchi saggi che vivono in splendidi eremi. O ancora politici corrotti, guide turistiche incapaci e poligame o prostitute che avete frequentato. Il servitore reale deve avere l’atteggiamento di un bambino di sette anni, bisognoso di una guida, che teme i serpenti e vi trascina di continuo in oscuri complotti. Il vecchio saggio discenderà sempre da una nobile tribù, i suoi occhi saranno cisposi e lui sarà vicino al cuore della madre terra.

L’africano d’oggi è un grassone che lavora (e ruba) all’ufficio visti e nega permessi di lavoro agli esperti occidentali, che hanno davvero a cuore il bene del continente. È un nemico dello sviluppo, che ostacola gli africani buoni e competenti che vorrebbero creare organizzazioni non governative e riserve protette. Oppure è un intellettuale che ha studiato a Oxford ed è diventato un serial killer di politici in doppiopetto: è un cannibale a cui piace lo champagne di marca e sua madre è una ricca maga e guaritrice.

Non dimenticatevi di inserire nel libro la donna africana denutrita che vaga seminuda nel campo dei rifugiati aspettando la carità dell’occidente: i suoi figli hanno le mosche sugli occhi e gli ombelichi tondi e lei ha le mammelle vuote e cadenti. Deve sembrare bisognosa e non deve avere né un passato né una storia (qualsiasi digressione smorzerebbe la tensione drammatica).

Si deve lamentare ma non deve spendere una parola per sé, tranne i riferimenti alla sua sofferenza. Inserite anche una figura femminile materna e sollecita, dalla risata forte, che si occupa di voi e del vostro bene e chiamatela semplicemente Mama. I suoi figli saranno tutti delinquenti.

Tutti questi personaggi dovrebbero far da contorno al vostro eroe, aiutandolo a sembrare migliore. È lui che li può istruire, lavare, sfamare. Si occupa di moltissimi bambini e ha visto la morte. Il vostro eroe siete voi (se si tratta di un reportage), oppure un generoso aristocratico (o vip) straniero pieno di fascino tragico, che ormai si è dedicato ai diritti degli animali (se il vostro libro è di narrativa).

Tra i personaggi occidentali cattivi ci devono essere i figli dei ministri conservatori al governo, gli afrikaners, gli impiegati della Banca mondiale. Quando parlate dello sfruttamento esercitato dagli stranieri, citate i commercianti cinesi e indiani e, in generale, accusate l’occidente per la situazione del continente africano.

Cercate però di non entrare troppo nello specifico. I ritratti rapidi e approssimativi vanno benissimo. Evitate che gli africani ridano, o educhino i loro bambini, e non ritraeteli in circostanze frivole. Fategli dire qualcosa d’interessante sull’impegno europeo o statunitense nel continente. I personaggi africani dovrebbero essere pittoreschi, esotici, più grandi della vita, ma vuoti dentro, senza contrasti, conflitti e scelte nelle loro esistenze, nessuna profondità o desideri che confondano le idee.

Descrivete nel dettaglio i seni nudi, i genitali sottoposti a mutilazione e quelli di grosse dimensioni. E i cadaveri. O, meglio ancora, i cadaveri nudi. E soprattutto i cadaveri nudi in putrefazione. Ricordatevi: qualsiasi opera in cui la gente africana sembri miserevole e ripugnante sarà vista come l’Africa “vera”, ed è proprio questo che volete sulla copertina del vostro libro. Non fatevi troppi scrupoli in proposito: state cercando di aiutare il continente chiedendo aiuto agli occidentali.

Il massimo tabù quando si scrive di Africa è descrivere la sofferenza e la morte di un bianco. Anche gli animali devono essere ritratti in modo complesso e articolato. Parlano e hanno nomi, ambizioni e desideri. Sono anche bravi genitori: “Vedete come i leoni istruiscono i figli?”, gli elefanti sono altruisti, le femmine sono vere matriarche e i maschi dei dignitosi capibranco.

E lo stesso per i gorilla: non dite mai niente di negativo sugli elefanti o sui gorilla. Difendeteli sempre, anche quando invadono terre coltivate, distruggono raccolti e uccidono gli uomini. Descrivete i grandi felini con enfasi. Le iene invece sono un bersaglio consentito e devono avere un vago accento mediorientale.

Qualunque piccolo africano che viva nella giungla o nel deserto va descritto sempre di buon umore. Dopo gli attivisti vip e i volontari, in Africa le persone più importanti sono quelle che si battono per la tutela dell’ambiente. Non offendetele. Avete bisogno che v’invitino nelle loro riserve da diecimila metri quadrati, perché è l’unico modo a vostra disposizione per incontrare e intervistare gli attivisti vip.

Mettere in copertina l’immagine di uno (o una) che si batte per l’ambiente, con l’aria intrepida e lo sguardo ispirato, funziona benissimo in libreria e vi farà vendere un sacco. Chi può essere considerato così? Be’, qualsiasi bianco, abbronzato, con vestiti tinta kaki, che almeno una volta abbia accudito un antilope o possegga un ranch è uno (o una) che sta cercando di tutelare il ricco patrimonio naturale dell’Africa. Quando l’intervistate, non fate domande sul denaro; non chiedete quanti soldi ne ricava. Soprattutto, evitate qualsiasi riferimento alla paga che dà ai suoi lavoranti.

Se vi dimenticate di citare la luce africana, i vostri lettori rimarranno stupiti. E i tramonti. Il tramonto africano è d’obbligo. È sempre grande e rosso e il cielo è vastissimo. Gli enormi spazi aperti e gli animali da cacciare sono i punti focali. L’Africa è la terra degli enormi spazi aperti. Quando descrivete la flora e la fauna, ricordatevi di dire che l’Africa è sovrappopolata.

Invece, quando il vostro protagonista si trova nel deserto o nella giungla in mezzo agli indigeni è bene avvisare il lettore che l’Africa è stata spopolata dall’aids e dalla guerra. Vi servirà anche un nightclub chiamato Tropicana dove s’incontrano i mercenari, i malvagi parvenu indigeni, le prostitute, i guerriglieri e gli esuli. In ogni caso, chiudete il vostro libro con Nelson Mandela che dice qualcosa sugli arcobaleni e sulle speranze di rinascita. Perché voi ci tenete.

da Internazionale: http://www.internazionale.it/come-scrivere-dafrica/

La foto è tratta da: http://www.free-download.it

Serge Bilé: “Quando i neri fanno la storia”

accra

Uno dei più comuni pregiudizi sulle società africane è che queste siano state una sorta di “tabula rasa” culturale fino al momento in cui non hanno subito l’influsso, per così dire, civilizzatore del colonialismo. Un volume dello scrittore ivoriano Serge Bilé aiuta a fare un po’ di pulizia mentale su questo punto. Il libro si intitola “Quando i neri fanno la storia. Fulgore e decadenza del Medioevo africano”, ed è stato pubblicato da EMI. Lo stesso editore, per inciso, ha pubblicato di recente  il romanzo “Il ventre del pitone” di Enzo Barnabà, una persona che segue molto da vicino, e con competenza, le vicende africane.

La veduta di Accra è tratta da: http://goafrica.about.com

Naipaul: “The Masque of Africa”

Maputo_harbourIl Premio Nobel inglese V.S. Naipaul ha fatto molto parlare di sé per i contenuti del suo ultimo libro “The Masque of Africa”. Il libro è stato giudicato da molti critici pieno di luoghi comuni, se non apertamente razzista. Qualche giorno fa, a Mantova, Naipaul ha anche litigato con una giornalista che, avendo letto il volume, voleva stuzzicarlo un po’.

La veduta di Maputo è tratta da: http://commons.wikimedia.org (Julien Lagarde)