Aprendo la valigia dei migranti

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Dal suo speciale osservatorio di counsellor dell’immigrazione e delle nuove identità, Cristina Sebastiani ci ha mandato, per i 15 anni di questo blog, un contributo prezioso e per molti versi controcorrente rispetto a quanto si legge e ascolta ogni giorno, quasi ossessivamente. Per dirci che, nel nostro paese, rispetto ai migranti africani, si sta diffondendo pian piano, nella quotidianità della vita, una conoscenza più vera e profonda, e non più superficiale ed estemporanea come avveniva in passato. Una conoscenza che può essere la base di relazioni finalmente mature (non necessariamente amichevoli, ma consapevoli) tra persone e gruppi umani.

 

Cristina Sebastiani, counsellor

Vorrei parlarvi di ciò che i migranti portano con sé, nel loro viaggio, nel loro stabilirsi qui.

Il mio osservatorio è più emotivo che geopolitico, più relazionale che storico o sociologico: insomma, faccio la counsellor (e vengo da quasi vent’anni di lavoro come operatore legale con i migranti) e mi occupo delle persone che a contatto con la società interculturale ne hanno uno shock, o più semplicemente accusano l’impatto delle numerose novità, e hanno bisogno di elaborare, insieme a un professionista, eventuali nuovi canoni di giudizio, nuovi comportamenti, nuove azioni e reazioni emotive e sociali.

Per capirci, lavoro con le coppie miste, i bambini afrodiscendenti, le classi miste nelle scuole, i conflitti di condominio, i gruppi di lavoro in azienda in cui italiani e stranieri si incontrano, ma a volte non si mescolano.

Lo shock culturale non è una reazione che si ha solo a contatto con le culture africane, ma nel mio specializzarmi ho seguito questa strada, principalmente per motivi personali (un matrimonio italo-senegalese, un bambino italo-senegalese) che poi sono diventati professionali e così i miei clienti sono soprattutto africani oppure hanno a che fare con le Afriche.

Bene.

E’ cambiato qualcosa nelle istanze che vent’anni fa mi venivano portate?

E’ cambiata la consapevolezza, siamo un po’ meno eurocentrici (a dispetto di quello che vuole farci credere la cultura di destra). In Italia ci sono numerosi cittadini di pelle nera e di cultura prevalentemente italiana che ci parlano della loro identità e dei loro percorsi, e che a volte vengono da me per trovare una via d’uscita tra due identità che non coincidono culturalmente. Vent’anni fa erano di meno, e soprattutto parlavano meno.

Ci sono tanti bambini neri e la scuola chiede di imparare a non discriminarli.

Ci sono molte coppie miste e se hanno un problema si fanno aiutare, scoppiano meno.

Ci sono persone che espatriano, vanno in un paese africano e sperimentano l’essere stranieri nonostante il loro white privilege.

Fino a qualche anno fa, l’unico sforzo che le persone di buona volontà facevano era organizzare cene cosiddette etniche, in cui qualcuno cucinava marocchino o ruandese e ognuno stava nel suo angolo della sala ad ascoltare musica berbera o afrobeat. Oppure si proponevano ai bambini spettacoli teatrali giocati da attori afrodiscendenti, che con l’occasione diventavano griot e raccontavano le favole di un passato africano ormai scomparso anche nella maggior parte delle Afriche.
Una vaga infarinatura del fatto che esisteva un altro mondo oltre al nostro, un passo avanti, certamente.

Che però non permetteva di mescolarsi.

Ci si studiava, da reciproche e convenienti distanze.

Qualche anno fa era molto difficile che il desiderio di consapevolezza ed elaborazione sbocciasse in un percorso di crescita: qualcuno si informava, ma tutto restava soprattutto a livello di chiacchiera tra amiche o nei social.

Incontrare una cultura differente e cercare di aprirsi profondamente, può essere complicato: sono moltissimi gli aspetti affascinanti delle istanze portate dall’altro, ma è anche possibile venire in contatto con consuetudini o usanze, filosofie o metodi educativi incomprensibili o non sempre accettabili. Rifiutare a priori è sciocco, quasi quanto accettare a priori.

Invece fare un passaggio di conoscenza (che vada al di là di cibo e musica) è cruciale ed è secondo me la novità di questi ultimi anni.

Comprendere non significa accettare qualsiasi cosa, comprendere non fa male in se’, non toglie nulla; se mai aggiunge quello che si scopre essere accettabile e stabilisce il limite, consapevole, con ciò che accettabile non è.

E solo dopo aver fatto questo passaggio si può stabilire una relazione vera, con il vicino di casa, il genitore a scuola, la commerciante di quartiere, e poi l’amico o la donna che ci piace.

Una relazione che può anche essere di antipatia, come comunemente accade tra le persone, di simpatia, di diffidenza come di fascinazione.

Quello che oggi fa la differenza nell’immagine che potevamo avere diversi anni fa e quella che abbiamo sta nella consapevolezza: se vogliamo, oggi possiamo informarci, scegliere, decidere, accettare o rifiutare. E il rispetto diviene ancora più un dovere morale.

Foto da: http://www.bergamopost.it, indicato in http://cribaba.blogspot.com

Colonia e colonialismo

Non ho mai sentito dire tante fesserie in così pochi secondi: il  tempo di una intervista al telegiornale Sky.  Qualche giorno fa, il nuovo direttore de “La Stampa”, a proposito dei gravi fatti di Colonia (l’assalto sessista alle donne durante i festeggiamenti di Capodanno) ha affermato, più o meno, che l’assalto di gruppo alle donne di Colonia sarebbe un stato un atto tribale che ha origine dall’implosione degli Stati arabi in Nordafrica e Medio Oriente; tale implosione avrebbe fatto riemergere antichi, e mai del tutto sopiti, costumi di gente nel suo insieme (tutti quanti!) abituata da secoli alla razzia e alla violenza. Concetto ribadito in questo articolo. Mi limito a riportare questa replica dell’islamista Lorenzo Declich, dove si mostra che la realtà è un poco più complicata di quel che si vorrebbe. O forse più semplice, ma in un senso diverso. Cerchiamo di andare oltre.

La veduta di Algeri è tratta da: http://chiviaggiaimpara.blogspot.it/2015/07/paesaggi-lassekrem-nel-massiccio-gli.html

Il contributo dell’Africa al mondo

Siamo talmente abituati a ragionare su cosa il mondo occidentale può fare per l’Africa, che per molti risulta quasi impensabile concepire che l’Africa abbia mai dato qualcosa al mondo. Considerando a parte, naturalmente, qualche cliché caricaturale sulla natura, gli animali, gli indigeni nella savana, il senso del ritmo e della comunità. Ogni tanto, qualcuno riesce a bucare il muro di ignoranza e disattenzione, fornendo informazioni e dati di ricerche serie. O anche constatazioni, magari banali, che però spiccano nel panorama dell’offerta informativa sul continente africano, sulla sua storia, sulle sue genti. Ci ha provato anche Eliza Anyangwe, sul Guardian, pubblicando “le 10 cose che l’Africa ha dato al mondo” (grazie ad Andrea Declich per la segnalazione). Dal caffé al contributo all’arte moderna (vedi Picasso, Matisse o Kirchner); dalla matematica (il famoso “osso di Ishango”, l’oggetto matematico più antico del modo) ai materali per costruire i telefoni cellulari che usiamo tutti i giorni (ma che costano enormi, veri e propri, sacrifici umani, anche di tanti bambini); dall’idea filosofica dell'”Ubuntu” al jazz (io stesso ne avuto riprova ascoltando alcuni anziani cantanti, nel cuore del Congo, anni fa). La lista sarebbe, in realtà, assai più lunga, ma adesso tutto va bene, purché si vada oltre alle idee deformate che abbiamo dei popoli africani; idee deformate che molta parte giocano, per lo più  in negativo, anche in questi anni di dolorose migrazioni.

La foto dell’osso di Ishango è tratta da: http://afrolegends.com/2013/08/29/the-ishango-bone-craddle-of-mathematics/

Una intervista per il “Corriere delle migrazioni”

Stefania Ragusa, direttore responsabile del “Corriere delle migrazioni” segue da tanto tempo questo blog, e allo stesso modo io seguo con estremo interesse quella pubblicazione online e tutto quel che le ruota attorno. In occasione dei 10 anni di “Immagine dell’Africa”, mi ha fatto l’onore di intervistarmi e ha pubblicato l’intervista nel n.9 del 20 gennaio 2014.

Stefania mi ha anche mandato questo gentilissimo messaggio di auguri: Quando ho cominciato a lanciare anche io i miei post nel cyberspazio, sei o sette anni fa, Immagine dell’Africa era un blog già molto visitato e autorevole, a cui spesso attingevo per trovare spunti e provare a leggere meglio la realtà che mi circondava. Quando Fabrizio Casavola mi ha messo in contatto diretto con Daniele Mezzana, mi sono sentita davvero onorata e anche un po’ – non ridere Daniele – emozionata. Perché l’affinità mentale e la condivisione di valori, se autentiche, sono esperienze emozionanti. Ho pensato un po’ a quale potesse essere il modo migliore di festeggiare i 10 anni di questo prezioso blog e ho concluso che parlarne attraverso il mio giornale potesse essere un buon modo per me. Da qui l’intervista. Tanti auguri Immagine dell’Africa, e cento di questi compleanni. Grazie Daniele per il tuo impegno puro e disinteressato.”

Riporto integralmente l’intervista qui di seguito.

 

L’immagine dell’Africa

Stefania Ragusa – 20 gennaio 2014

Compie dieci anni il blog Immagine dell’Africa, uno strumento che nel tempo ha contribuito  a modificare l’immagine stereotipata del continente presso il pubblico italiano. Abbiamo intervistato il suo fondatore/ideatore, Daniele Mezzana.

Come è nato questo blog, e perché?

«Ho lavorato e lavoro in Paesi africani dal 1979, come ricercatore e formatore, con il Cerfe. Durante tutti questi anni, ho potuto notare che il pensiero ricorrente sull’Africa, qui in Italia, non corrisponde alla realtà delle società africane. E non basta semplicemente andare in Africa per correggere lo sguardo: se i tuoi a priori non sono adeguati, anche se risiedi per 5 anni in loco, continuerai a non comprendere. Bisogna andare oltre. Una occasione importante, per me, fu la lettura del Rapporto MacBride negli anni ‘80. Era un rapporto di una commissione promossa dall’Unesco che mostrava gli squilibri esistenti nella circolazione dell’informazione nel mondo (gestita da poche centrali nei Paesi del Nord), e nel modo in cui i diversi Paesi delle diverse aree del pianeta vengono rappresentati dai media. Erano anni in cui, alla riflessione su un possibile “Nuovo ordine economico internazionale”, si provò ad elaborare strategie per un “Nuovo ordine mondiale dell’informazione e della comunicazione”, ma senza successo. Tuttavia, fu importante lanciare e approfondire questioni importanti come la necessità di rafforzare i sistemi autonomi di informazione dei Paesi del Sud, modificare la deontologia degli operatori dell’informazione, rafforzare la cooperazione e il rispetto delle diverse culture sul versante della comunicazione internazionale, ecc.
Altra esperienza fondamentale fu, da questo punto di vista, la partecipazione alla rivista Società africane, pubblicata online negli anni 2002-2003. La rivista affrontava il problema della conoscenza delle società africane nel loro dinamismo e nella loro complessità: non solo l’Africa della tradizione, della povertà, delle guerre e dei villaggi, ma anche quella delle città, degli amministratori locali, degli imprenditori, dei sia pur faticosi processi di democratizzazione, del confronto con la modernità. E soprattutto un’Africa plurale, diversificata, non un’entità unica e cristallizzata. Dopo la conclusione di questa esperienza, per cause di forza maggiore, nel 2004 ho deciso di proseguire la riflessione sullo specifico aspetto delle rappresentazioni sociali dell’Africa e degli africani, e ho pensato di usare uno strumento, allora abbastanza innovativo, come il blog: per parlare di sterotipi e di come superarli, per parlare degli africani come attori e non solo come recettori dell’attivismo altrui. Temi purtroppo ancora attualissimi, mi sembra. Ed eccoci qua, dopo 10 anni e 471 post, nell’era dei social networks, che utilizzo un po’ come una sorta di prolungamento del blog».

Cosa è cambiato nel tempo, secondo lei, nella percezione dell’Africa da parte dell’Occidente?

«Stiamo parlando di qualcosa che è stato “costruito” nel corso dei secoli, una percezione radicata nelle memorie personali e collettive: per questo è difficile modificarla in tempi brevi. Infatti, è cambiata ancora poco. Storici, cartografi, missionari, esploratori, filosofi, scrittori, pittori, funzionari coloniali, viaggiatori, leader politici, giornalisti hanno tutti contribuito, ciascuno in modo diverso, a forgiare l’immagine dell’Africa e della gente africana così come si configura oggi. Certe rappresentazioni hanno avuto più successo di altre: ad esempio quella di un’Africa irrimediabilmente legata alla tradizione, al passato, in cui la gente è tutta carne ed emozioni e con poco cervello. Su questo, si sono innestati, negli ultimi decenni, i meccanismi dei media: a fare notizia sono gli eventi negativi (come i conflitti) o tragicomici (come il re che sceglie moglie tra centinaia di vergini), e non i fatti positivi, o i processi meno visibili di cambiamento. Non che in Africa manchi la materia, intendiamoci, ma è indubbio che l’informazione tenda a privilegiare e ad enfatizzare la dimensione “evenemenziale”, immediata e catastrofica: la carestia e il dittatore fanno notizia e vendono; una elezione pacifica, una scoperta scientifica di un istituto locale (penso, ad esempio, alle ricerche sulla malaria dell’Icipe in Kenya) non fanno notizia, o la fanno di meno. Qualche eccezione si fa per la musica o il cinema.
Su questo meccanismo si innesta anche il ruolo di alcune Ong o di altri attori che, per ragioni di raccolta fondi, o esercitando un giusto ruolo profetico e di denuncia, tendono a parlare di quello che non va, per cambiarlo. Nel fare questo, è chiaro che risulta più agevole trattare eventi in cui è facile attribuire una specifica responsabilità (al governo X o alla multinazionale Y), piuttosto che altri problemi meno evidenti o non facilmente imputabili a specifici attori, ad esempio: la fuga dei cervelli (Corriere delle Migrazioni ne sa qualcosa), la discriminazione delle donne e la loro lotta per l’emancipazione, la gestione delle aree urbane e il rapporto città-campagna, la qualità dei servizi sanitari nella loro quotidianità (al di là delle emergenze), la ricerca scientifica e accademica, e così via. Questa situazione favorisce numerose distorsioni presso il grande pubblico, che non ha modo di farsi un’idea diretta delle società africane, e perpetua un meccanismo di ignoranza e pregiudizio.
Negli ultimi anni, tuttavia, ci sono stati dei cambiamenti. Vari portali e siti web, anche in Italia, offrono una informazione più completa e corretta dell’Africa e dei popoli africani: oltre alle testate specialistiche che si occupano tradizionalmente di Africa, posso citare African Voices, Africa e Mediterraneo, il blog Sancara, il gruppo Facebook su l’Afrique qui gagne e altri ancora. Anche qualche grande testata nazionale generalista ospita periodicamente bei servizi e réportages sull’Africa che cambia. Questo mi fa ben sperare, ma c’è ancora molto da fare, non solo sul versante dell’informazione, ma anche su altri versanti, soprattutto quelli della ricerca e dell’educazione nelle scuole e nelle università. In altri Paesi europei si è fatta molta più strada. Ma è un discorso molto lungo…»

C’è un nesso tra il razzismo e la visione distorta dei paesi cosiddetti in via di sviluppo?

«Il razzismo ha origini profonde, direi etologiche e legate a un senso non gestito della territorialità, ma la componente “ignoranza” è certamente fondamentale. Gli stereotipi e le generalizzazioni sono un elemento fondamentale del razzismo. È chiaro che se noi immaginiamo che gli africani, tutti indistintamente, siano gente di villaggio, analfabeti o che posseggono (se va bene) solo la licenza elementare, non potremo che avere una visione “dall’alto verso il basso” degli immigrati provenienti dall’Africa, e oltretutto offriremo loro (anche ai laureati e diplomati, e provenienti da città grandi il triplo di Milano) lavori dequalificati rispetto alle loro reali competenze. Questo è solo un esempio. Penso anche che l’anticamera del razzismo, il suo terreno di coltura, sia la mentalità paternalistica presente in tanti ambiti della nostra vita quotidiana: da molta produzione televisiva e musicale, alla numerosa (non tutta) pubblicistica della solidarietà, a tanti elementi del discorso politico e sociale, che si riflettono persino nei resoconti di viaggiatori e turisti. Non è facile venirne fuori, e non bastano prediche o singole denunce per ribaltare la situazione: occorre agire molto più in profondità e con continuità».

Il ribaltamento a 180° della visione stereotipata dell’Africa, la tendenza a sottolineare i suoi aspetti “moderni” in una sostanziale identità con quelli occidentali, non rischiano di risultare ugualmente piatti?

«In effetti, questo ribaltamento a 180° è ingenuo. Bisogna esaminare le cose per come stanno, senza pregiudizi, e cercando di comprendere tutti gli aspetti, non solo alcuni. Per me, quando si parla di conoscenza e di immagine dell’Africa è importante cercare di esaminare sia le discontinuità che le continuità esistenti tra la realtà africane e le altre, compresa la nostra. È evidente che siamo diversi, e che le diversità vadano riconosciute, apprezzate e valorizzate. A volte, però, riconoscere una diversità può portare con sé, come una specie di cavallo di Troia, anche un elemento di distanza, o, anche senza volerlo, di disistima. Ad esempio, ogni volta che attribuiamo agli africani, indistintamente, una personalità contraddistinta tout-court dall’emozionalità, dalla semplicità, dall’accettazione sorridente di quel che viene, ecc. e dunque come distinta da quella tipica della razionalità occidentale, non facciamo che riprodurre un pregiudizio di stampo coloniale. E per questo trovo utile, nel blog, anche con un po’ di spirito polemico, sottolineare qualche elemento di continuità: non solo il fatto che siamo in un mondo, di fatto, interconnesso (nel bene e spesso nel male, anche per colpa nostra) e che tanti problemi sono comuni, ma anche, più nello specifico, il fatto che pure in Africa esiste un ceto medio in espansione, esistono università, imprenditori, cineasti, case di moda, sindacalisti, magistrati, parlamentari, sindaci, donne intellettuali (non solo quelle che pestano ritmicamente il miglio: le uniche che gli italiani conoscono dai servizi e dai documentari televisivi). Sembrano forse dettagli da poco, ma non lo sono: già riconoscere queste cose sarebbe un piccolo passo avanti, anche nella lotta contro il razzismo, e per un confronto migliore con chi, provenendo da lontano, viene a vivere qui da noi».

Stefania Ragusa

Photo: UN / Ky Chung

La distorta immagine dell’Africa e i suoi effetti sugli immigrati africani

Chi non sa nulla dell’Africa è probabile che abbia una visione molto negativa degli africani  immigrati e si comporti di conseguenza. Nell’ultimo numero di “Corriere Immigrazione” propongo una breve raccolta di luoghi comuni sulle società africane, cercando di mostrarne, almeno per alcuni, l’inconsistenza.

La foto è tratta da: http://www.economist.com/node/21560582