Africani in India

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Nuovo razzismo o “tradizionale” discriminazione a causa del colore della pelle, per giunta mescolato al sistema delle caste? Ciò che accade agli immigrati africani in India è sotto esame da tempo; con una attenzione specifica ai Siddi, i discendenti di mercanti, marinai, schiavi arrivati in India nel corso dei secoli (che nel loro insieme arrivano a circa 350.000 persone), i quali hanno sempre avuto grandi problemi di integrazione. Un importante approfondimento teorico ed empirico è fornito nel volume “Prejudice, Discrimination and Racism against Africans and Siddhis in India”(Cambridge Scholars Publishing, 2020) a cura di Ibrahima Diallo. Ciò a partire dalla chiarificazione degli stessi concetti di pregiudizio razziale, discriminazione, e razzismo, e con un approccio teso a comparare similarità e differenze tra questi mondi complessi venuti a contatto.

La foto è di Kandukuru Nagarjun

 

I tanti afropessimismi

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L’afropessimismo è una corrente di pensiero secondo cui la gente africana non ha speranza. L’afropessimismo è come un fiume carsico: appare e scompare nel corso della storia e del pensiero umano, a varie latitudini, e quando appare lo fa in tanti modi. L’afropessimismo ha infatti diverse manifestazioni: quella razzista e colonialista (“gli africani sono popoli inferiori da sottomettere”); quella paternalista e neo-colonialista (“gli africani non ce la fanno da soli, per cui vanno aiutati dall’esterno”); quella progressista (“gli africani non sono fatti per questo mondo, che va completamente distrutto”). Queste visioni afropessimiste sono diverse per premesse e conclusioni, ma alcuni tratti le accomunano; ad esempio: la generalizzazione di ciò che è “africano” e il farlo diventare “ontologico”, legato all'”essenza” della gente africana (ma stiamo parlando del continente delle diversità); l’accostamento tra l'”africanità” e la carenza o mancanza di una piena “umanità”; la mancanza di comprensione che la storia è fatta (e può essere cambiata) da specifici attori e gruppi sociali, differenti tra loro per visioni e capacità. E molto altro ancora. E’ sorprendente, ma non troppo, che anche il mondo dell’arte giochi pericolosamente con queste categorie. Ne ha parlato, ad esempio la studiosa Abimbola Adelakun circa il caso del cantante afroamericano Rick Ross, con il suo “Hold me back” (2012), ambientato a Lagos, che scatenò a suo tempo diverse polemiche presso il pubblico nigeriano, per il suo sguardo troppo stereotipato sulla società di questo importante Paese.

La foto (Memphis 1968) è tratta da: http://frenchie-pop.blogspot.com

Lo sguardo dall’alto

inchino_etiopiUn magistrale articolo dello storico Gianmarco Mancosu sintetizza una serie di suoi studi sulla propaganda dell’Istituto Luce, la colonizzazione fascista e la costruzione di un immaginario sull’Africa che ha sorprendenti continuità con il nostro presente. L’esame di alcuni fotogrammi mostra quanto il fascismo abbia cercato di elaborare e diffondere una rappresentazione dei popoli africani conquistati come primitivi e bisognosi di protezione e aiuto esterno, e degli italiani come portatori di un’opera di redenzione e di civilizzazione verso tali popoli. Significativo, a questo proposito, l’uso di riprese dall’alto verso il basso, come a significare uno sguardo che controlla e minaccia, ma anche protegge e rassicura. Uno sguardo che prova a marcare, sul piano estetico, una presunta superiorità morale, tecnologica, e razziale. E’ un elemento di riflessione non tanto per i nostalgici di quel periodo o per gli irrecuperabili razzisti, quanto soprattutto per i rappresentanti del benevolato caritatevole, e per chiunque si ritenga portatore di qualcosa che alla gente africana, quasi “per essenza”, manchi.

Nella foto: “atto di sottomisione di un abissino” (1936), dal sito: https://sites.google.com/site/razzismoitalianoinetiopia/la-costruzione-del-consenso/fotografare-la-conquista

Beta Israel: la patria rimandata?

In Italia, siamo in un contesto di celebrazione del giorno della Memoria, in un periodo elettorale denso di confusione mentale diffusa e generalizzata, di rigurgiti razzisti e antisemiti da parte di minoranze di deficienti, di strumentalizzazioni di questi rigurgiti solo ed esclusivamente per dar giù a qualche avversario politico o sportivo (di solito, per colpa di pochi decerebrati e della malizia dei media, il bersaglio preferito è la Lazio in quanto tale, di cui per inciso sono stratifoso – io antifascista e imparentato con una famiglia con significative radici ebraiche romane…). Ma a proposito di memoria e di radici, mi ha sempre interessato la vicenda dei Beta Israel, altrimenti detti Falascià: gli ebrei neri originari dell’Etiopia, per lo più trasferitisi in Israele a partire dagli anni ’80, in varie ondate migratorie facilitate, e che nel 2011 vi costituivano una comunità di oltre 125.000 persone, in maggioranza concentrate in piccole aree urbane nel centro del Paese. Un volume, sia pur datato, di Tanya Schwarz, intitolato “Ethiopian Jewish Immigrants. The Homeland Postponed”, mette in evidenza luci e ombre di questa emigrazione, provando a comprendere dal di dentro il sollievo e i tormenti di questo popolo giunto in una terra promessa che non per tutti è stata tale da ogni punto di vista, almeno per un po’.

La foto di Titi Aynaw, Miss Israele 2013, di origine ebraico-etiope, è tratta da: https://www.youtube.com/watch?v=u8YTiBn4HIA

 

Riduzionismo climatico

Poco fa mi è caduto l’occhio su una pagina del Televideo RAI, intitolato: ” Il caldo causa primaria della violenza”.   Siccome la correlazione tra caldo, violenza, Africa e razzismo è una faccenda nota agli addetti ai lavori da qualche secolo (mica da ieri), sono andato a vedere la fonte citata: uno studio della Vrije Universiteit di Amsterdam. Immagino sia questo articolo, in cui si afferma che “nonostante ci siano varie eccezioni, una regola generale è che l’aggressione e la violenza aumentano più ci si avvicina all’Equatore”. Mettendo in campo anche la tesi che esistono anche fattori complessi come autostima, autocontrollo e mancanza di fiducia nel futuro. E roba del genere. Direi che tra le “varie eccezioni” potremmo citare la Germania nazista, gli imperi colonialisti, per non parlare di quelli neo-colonialisti e della violenza quotidiana a cui assistiamo quotidianamente nelle nostre società dal clima più temperato o freddo. Quanto alla tesi generale, si colloca pienamente nel riduzionismo climatico che era stato ampiamente rigettato cent’anni fa dalla comunità scientifica, ma che si riaffaccia oggi con prepotenza, sulla scia delle pur giustificate preoccupazioni per gli effetti dei cambiamenti climatici. Quanto agli aspetti dell’autostima, dell’autocontrollo e della mancanza di fiducia nel futuro, assomigliano tremendamente a tanti stereotipi attribuiti alle genti del Sud del nostro pianeta da parte di generazioni di studiosi del Nord del pianeta, per giustificare politiche di controllo e dominio. Il clima e il pianeta ci influenzano, ci plasmano, è certamente vero. Ma le variabili sono tantissime e i rischi di semplificazioni enormi. Mettete questi studi approssimativi in mano a qualche cattivo politico, e vedrete rapidamente i risultati.

La foto è tratta da: http://business.mega.mu

Colonia e colonialismo

Non ho mai sentito dire tante fesserie in così pochi secondi: il  tempo di una intervista al telegiornale Sky.  Qualche giorno fa, il nuovo direttore de “La Stampa”, a proposito dei gravi fatti di Colonia (l’assalto sessista alle donne durante i festeggiamenti di Capodanno) ha affermato, più o meno, che l’assalto di gruppo alle donne di Colonia sarebbe un stato un atto tribale che ha origine dall’implosione degli Stati arabi in Nordafrica e Medio Oriente; tale implosione avrebbe fatto riemergere antichi, e mai del tutto sopiti, costumi di gente nel suo insieme (tutti quanti!) abituata da secoli alla razzia e alla violenza. Concetto ribadito in questo articolo. Mi limito a riportare questa replica dell’islamista Lorenzo Declich, dove si mostra che la realtà è un poco più complicata di quel che si vorrebbe. O forse più semplice, ma in un senso diverso. Cerchiamo di andare oltre.

La veduta di Algeri è tratta da: http://chiviaggiaimpara.blogspot.it/2015/07/paesaggi-lassekrem-nel-massiccio-gli.html

Hip-Hop e immaginario razziale

Un bell’articolo di Léo Pajon apparso su Jeune Afrique riporta l’attenzione su un tema importante, su cui ci si è soffermati a volte anche qua dentro. Ad esempio qui e qui. L’articolo parla dei videoclip di musica Hip-Hop e dei corpi iper-sessualizzati delle artiste, che richiamano tanto (senza volerlo?) l’immaginario razziale del tempo della schiavitù in Nord America.

L’immagine è tratta da: https://artobjects.wordpress.com/category/moda/

Scene da un matrimonio neo-coloniale

Da qualche giorno si discute, in rete, della prassi di organizzare matrimoni in ambiente esotico, con animali feroci, vestiti da safari, e gli immancabili indigeni rigorosamente in atto deferente, in pose di servizio, o semplicemente sullo sfondo. Tutto è nato da un articolo dell’Huffington Post, in cui si parla degli scatti matrimoniali del fotografo australiano Jonas Peterson, ambientati in Kenya. Stilisticamente e tecnicamente impeccabili, ma se ci fosse bisogno di spiegare che la fotografia non è mai un atto neutrale, questo sarebbe certamente un bell’esempio. L’iconografia che viene richiamata in modalità automatica è quella del “buon vecchio tempo coloniale”, che rimanda a sua volta a significati più stratificati nelle nostre culture e nella nostra stessa etologia (la conquista territoriale, l’opposizione nero-bianco, il controllo del diverso, la vittoria dell’ordine sul caos, ecc.).  I fruitori di questi tipi di servizi fotografici (in primis gli sposi e i parenti) possono avere un grado di coscienza di ciò che stanno facendo che varia dalla colpevole inconsapevolezza al razzismo esplicito. Certo non è un bello spettacolo.

Grazie a Cristina Sebastiani della segnalazione!

La foto di Jonas Peterson è tratta dal sito “Narrazioni differenti”, che a sua volta ospita un post sul tema: http://narrazionidifferenti.altervista.org/scene-da-un-matrimonio-colonialista 

Rappresentazioni sociali dell’Africa in Francia

Un articolo di Bruno Guteux si occupa delle rappresentazioni sociali dell’Africa e degli africani in Francia, nel corso della storia. Il razzismo e il colonialismo vengono analizzati da questo specifico ma importante punto di vista, esaminando anche il ruolo delle istituzioni scolastiche e dei media.

Foto: Wissine Bisseraine, Portrait de groupe, Sénégal, c.a. 1895 (Collection Jean-Philippe Dedieu)

La religione africana oggi

La religione come parte della visione del mondo dei popoli africani, i luoghi comuni sulla religiosità in Africa, la necessità di distinguere la religione dalle pratiche superstiziose, il legame tra gli stereotipi sulla religione africana e il razzismo sono alcuni dei temi al centro di un saggio pubblicato nel luglio 2013 sull’African Research Review. Il saggio è intitolato “The Need to Re-Conceptualize African ‘Traditional’ Religion”, ed è opera di tre studiosi nigeriani: Offiong Okon Asukwo, Sunday Simeon Adaka e  Esowe Dimgba Dimgba. Che ringrazio anche per l’ampia citazione.

La foto è tratta da: http://obatalashrine.org/000004.php