L’ordine del discorso e l’Africa

Cotton_world_map.jpgCome affermava Michel Foucault, in ogni società la produzione del discorso è controllata e selezionata, in modo da scongiurarne i “pericoli” e da padroneggiarla, delimitarla, canalizzarla. Il discorso pubblico in occidente sulla storia e sui popoli africani non fa eccezione. Anzi, è un esempio da manuale di come, attraverso il controllo del discorso (dei discorsi), si sia creata nel tempo, la rappresentazione di un’Africa maledetta, senza storia, senza civiltà, senza prospettive se non quella di essere dominata dall’esterno. Un volume di Jean Claude Abada Medjo, “Discours sur l’Afrique: les représentations sur l’Afrique dans les discours chez Hugo, Sarkozy et Obama” (Editions des Archives contemporaines, 2015) pone l’accento su questo fenomeno. Quando qualcuno vuole raccontare e descrivere il continente africano, trova già disponibile un repertorio di temi, e un meccanismo narrativo per metterli insieme, che sono già preordinati, che sono stati elaborati nel corso dei secoli, e da cui si attinge in maniera automatica e a volte inconsapevole. Un repertorio che è stato costruito da menti più o meno illustri, da Hegel a Gobineau e tanti altri, per arrivare a essere usato – in maniera becera ma tremendamente efficace – dai razzisti contemporanei, compresi quelli di casa nostra.

L’antica mappa del 995 d.C. (detta “Cottoniana”), con l’Est in alto, è tratta da: http://insight.stefanopaladini.net/it/hic-sunt-leones/

Mistaking Africa

foto moda Africa

Nel loro volume “Mistaking Africa. Curiosities and Inventions of the American Mind” (Routledge 2018), Curtis Keim e Carolyne Somerville affermano che una certa deformazione della realtà, dovuta ai modelli culturali in cui si è cresciuti, è in gran parte inevitabile. Ma quando parliamo di stereotipi, parliamo soprattutto di una deformazione eccessiva, al limite del ridicolo, se non pericolosa. In questo libro (che mi fa l’onore di un paio di motivate citazioni) si mettono in fila le rappresentazioni occidentali dei popoli africani prodotte dall’antichità ai nostri giorni, la loro evoluzione, i canali attraverso cui tali rappresentazioni si diffondono (dai media ai parchi divertimento), con una specifica attenzione all’uso distorto delle immagini. Un esercizio che appare indispensabile, e oggi, a casa nostra, ancor di più.

(foto: ‏@THECAROLDANVER via Twitter)

10 Common Stereotypes About Africa

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The Kenyan journalist Maurice Oniang’o identifies 10 common misconceptions and stereotypes about Africa that are believed to be the “true” representation of the continent. They are, in short: 1. Africa is a country; 2. Africans speak African; 3. Man and wild animals live together; 4. All Africans live in huts; 5. Lack of technology; 6. All Africans are dark skinned; 7. Africa is a continent full of corruption, poverty and war; 8. All african countries are poor and depend on aid; 9. Africa is a desert 10. Africans share a homogeneous culture. These stereotypes are still deeply rooted  in the culture and social memory of Western people, and it is not easy to modify them through the usual information and educational tools.

Photo: Mkimemia (en.wikipedia)

 

E-learning e networking per conoscere le Afriche

Nella Rete si stanno man mano affermando nuovi modi per diffondere e condividere conoscenze ed esperienze legate ai Paesi africani. Due esempi. Il Centro per la Cooperazione Internazionale offre un corso in modalità e-learning su “Le Afriche oggi – 1 . Decostruire un’idea, assumere la complessità”. Il corso è curato da Uoldelul Chelati Dirar, dell’Università di Macerata. Il sito Vadoinafrica di Martino Ghielmi è un formidabile strumento di informazione e anche networking per tutti coloro che intendono vedere le società africane fuori dai soliti schemi, e per cogliere le opportunità che l’Africa (anzi, le Afriche) oggi offrono.

La foto è tratta da: http://www.tonybates.ca

 

 

 

La difficoltà di parlare delle cose positive

Riguardo l’Africa, per lungo tempo è valsa la tacita regola che parlare di persone, fatti, processi “positivi” o non-negativi fosse proibito o immorale. Quasi che trattare di questi argomenti volesse dire occultare i problemi ed essere complici delle ingiustizie e degli squilibri esistenti nel continente africano.  Mi sono trovato innumerevoli volte a dover fare lunghe premesse sui guai delle genti africane, prima di considerarmi sufficientemente giustificato a dire una o due cose che funzionassero, o comunque rientrassero in una qualche normalità politica, economica, sociale, culturale. Naturalmente, i guai (vecchi e nuovi) non mancano, e non si smetterà mai di denunciarli e combatterli. Ma oggi, al tempo stesso, si nota in tutto il mondo un certo cambiamento nel modo in cui emergono, si affrontano e si presentano alcune importanti novità nei pur tortuosi processi di democratizzazione, di crescita economica, di nascita di nuovi attori sulla scena politica, sociale, culturale. Questo è un gran merito delle nuove generazioni di intellettuali, sia in Africa che nella diaspora, e anche di tanti studiosi e operatori “occidentali” che a vario titolo si interessano delle società africane. Per l’Italia, oggi cito due iniziative, come rappresentative di un più ampio insieme: VadoinAfrica di Martino Ghielmi, che si occupa dell'”Africa delle opportunità”, e Africa Art, di Salvatore Dimaggio, che affronta i temi dell’arte e della cultura prodotta nel continente. Entrambe le iniziative nascono dalla premessa che oggi si parla di Africa in modo sbagliato e distorto, e danno un notevole contributo a fornirne una conoscenza più accurata e in profondità. Guardandosi attorno, ve ne è un gran bisogno.

La foto del Zeitz Museum of Contemporary Art Africa è tratta da: www.iol.co.za 

L’Africa per i cinesi

La costruzione dell’immagine dell’Africa e della sua gente è un fenomeno mondiale. Certamente non  limitato ai paesi occidentali, soprattutto dopo che, con i processi di globalizzazione, si sono affacciati sulla scena africana potenze come la Cina. Quali rapppresentazioni dell’Africa e degli africani hanno i cinesi? Certamente particolari, ma anche con molti elementi in comune con quanto già circola in giro da secoli, specie dalle parti nostre. Un articolo ha provato a mettere in fila alcuni stereotipi dei cinesi sull’Africa, con qualche conferma e qualche sorpresa.

La foto è trata da: http://foreignpolicy.com

Utopie e isole in Africa

L’isola di Bulama fu il luogo di un sogno. Quello dell’anti-abolizionista Carl Bernhard Wadström, vissuto nel XVIII secolo, il quale progettava di costituire, in quest’isola della costa occidentale dell’Africa, una comunità (una colonia) libera e felice. Ne parla il volume “Islands in History and Representation” (a cura di di Rod Edmond e Vanessa Smith – Routledge 2003). Il progetto non si realizzò, ma è una testimonianza del fatto che le isole africane sono, da secoli, oggetto di un doppio immaginario che si incrocia: quello di un’Africa lontana, esotica, primitivamente gentile, e quello delle isole, percepite come territori limitati, conchiusi, facilmente controllabili e gestibili, ove si può tentare con maggiore facilità qualsiasi esperimento sociale e qualsiasi utopia.

La foto di Bulama è tratta da: http://trip-suggest.com

L’Africa dei desideri

L’Africa è molte cose: tanti Paesi, società, culture, lingue storie. Una realtà plurale, complessa, dinamica, contraddittoria, irriducibile a facili schemi. Ma schematizzare è quel che, in Occidente, si è sempre fatto e, con poche eccezioni, si continua a fare. Tra i tanti meccanismi dell’immaginario occidentale sull’Africa ce ne è uno che mi ha sempre colpito: la proiezione dei nostri desideri. Intendo dire che l’Africa, da molti, è spesso stata, ed è tuttora considerata, come il luogo par excellence ove si ritiene si possano realizzare le nostre istanze (a seconda dei casi e dei gusti) di una vita genuina, autentica, libera da vincoli, istintiva, essenziale, affettuosa. O dove si ritiene che si possano ancora attuare, o tentare, tante esperienze che non siamo riusciti a fare a casa nostra, come la ricerca di un autentico senso comunitario o la solidarietà tra persone. Insomma: spesso non cerchiamo di accostare le società e i popoli africani per l’intera gamma di quel che sono, ma solo per quegli specifici aspetti che desideriamo noi. A volte questi desideri sono soddisfatti, ma guai se poi le cose non risultano essere proprio così, o soltanto così; questo provoca conseguenze sul piano del disincanto, del rifiuto, o di quella specie di razzismo che viene inevitabilmente fuori da esperienze spontaneistiche, non preparate e non gestite, di incontro interculturale.

La foto è tratta da: http://www.projects-abroad.it/paesi/volontariato-in-togo/

 

 

Preconcetti sull’Africa

“L’Africa non ha bisogno di essere salvata. Ha solo bisogno che quando sentite la parola Africa non abbiate più preconcetti”. La giornalista freelance Eliza Anyangwe, in un video di 4 minuti del Guardian riportato da Internazionale, sintetizza mirabilmente lo stato dell’arte su quel che i media dicono o dovrebbero dire sul continente africano. Afro-ottimisti e afro-pessimisti hanno forse interessi da difendere. Io voglio solo capire come stanno le cose.

(ringrazio Federico Marta della segnalazione)

La foto di Eliza Anyangwe è tratta da: eudevdays.eu

 

Mfecane: stereotipi europei e società africane

Il lavoro storico è sempre difficile, soprattutto quando la realtà da ricostruire e studiare è stata a lungo oggetto di pregiudizi e narrazioni distorte. Il caso dello Mfecane è esemplare. Il termine Mfecane è stato usato per indicare un periodo, all’inizio del XIX secolo, in cui l’Africa del Sud ha conosciuto violenti conflitti e migrazioni forzate. Per lungo tempo, la storiografia ha sostenuto che lo Mfecane sia stato semplicemente causato dalla politica espansionistica di Shaka, ma più recentemente è emerso il ruolo cruciale che ha giocato lo schiavismo, mentre alcuni hanno affermato che Mfecane è stato un periodo in cui i popoli sudafricani hanno cercato di costruire propri originali sistemi politici. In un suo saggio (“European Stereotypes, African Societies and the Mfecane“, 2009), Tom Hartley afferma che la ricerca su questo periodo storico sia stata influenzata profondamente dagli stereotipi europei sulle società africane, sia in positivo che in negativo. Da questa vicenda, possiamo tutti trarre una bella lezione, e un invito alla correttezza e alla scientificità.

L’immagine è tratta da: http://www.lead-adventure.de