Raccontare per conquistare

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Da sempre, le colonizzazioni sono state precedute e accompagnate da racconti; in forma di romanzi, storie, resoconti, memorie, dipinti, mappe immaginarie. Nel XVI secolo, ad esempio, i viaggi verso le Americhe erano affiancati da tutta una mitologia sulle terre benedette e feconde che i viaggiatori avrebbero incontrato, come le Isole Fortunate (inventate) o le Isole Incantate (le Galapagos). Racconti che sostenevano gli imperi – e i condottieri al loro servizio – nell’attivare e canalizzare energie, obiettivi, passioni, desideri, risorse verso obiettivi di esplorazione e di conquista. Lo stesso è successo con la colonizzazione del continente africano da parte delle potenze europee. Un caso particolare, e molto significativo, è stato quello della letteratura coloniale per ragazzi che è stata elaborata in Italia dalla fine del XIX secolo in poi. Una estesa produzione di romanzi e racconti, in cui si svilivano i popoli africani e le culture locali, si magnificava la capacità civilizzatrice degli italiani, si enfatizzavano le ricchezze naturali e la produttività delle terre da conquistare e da lavorare, e persino (per non spaventare troppo il lettore) si suggerivano inverosimili somiglianze tra il paesaggio italiano e, ad esempio, quello eritreo. Coinvolgendo pure Pinocchio. Insomma: letteratura propagandistica (più o meno ben scritta) per plasmare giovani menti al servizio dell’imperialismo coloniale. Un saggio di Stéphanie Anne Delcroix, qualche anno fa, ha ripercorso molto bene questo fenomeno, descrivendone fasi e caratteristiche.

L’illustrazione si riferisce a “Pinocchio in Africa” (1911) di E. Cherubini

Africani in India

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Nuovo razzismo o “tradizionale” discriminazione a causa del colore della pelle, per giunta mescolato al sistema delle caste? Ciò che accade agli immigrati africani in India è sotto esame da tempo; con una attenzione specifica ai Siddi, i discendenti di mercanti, marinai, schiavi arrivati in India nel corso dei secoli (che nel loro insieme arrivano a circa 350.000 persone), i quali hanno sempre avuto grandi problemi di integrazione. Un importante approfondimento teorico ed empirico è fornito nel volume “Prejudice, Discrimination and Racism against Africans and Siddhis in India”(Cambridge Scholars Publishing, 2020) a cura di Ibrahima Diallo. Ciò a partire dalla chiarificazione degli stessi concetti di pregiudizio razziale, discriminazione, e razzismo, e con un approccio teso a comparare similarità e differenze tra questi mondi complessi venuti a contatto.

La foto è di Kandukuru Nagarjun

 

I tanti afropessimismi

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L’afropessimismo è una corrente di pensiero secondo cui la gente africana non ha speranza. L’afropessimismo è come un fiume carsico: appare e scompare nel corso della storia e del pensiero umano, a varie latitudini, e quando appare lo fa in tanti modi. L’afropessimismo ha infatti diverse manifestazioni: quella razzista e colonialista (“gli africani sono popoli inferiori da sottomettere”); quella paternalista e neo-colonialista (“gli africani non ce la fanno da soli, per cui vanno aiutati dall’esterno”); quella progressista (“gli africani non sono fatti per questo mondo, che va completamente distrutto”). Queste visioni afropessimiste sono diverse per premesse e conclusioni, ma alcuni tratti le accomunano; ad esempio: la generalizzazione di ciò che è “africano” e il farlo diventare “ontologico”, legato all'”essenza” della gente africana (ma stiamo parlando del continente delle diversità); l’accostamento tra l'”africanità” e la carenza o mancanza di una piena “umanità”; la mancanza di comprensione che la storia è fatta (e può essere cambiata) da specifici attori e gruppi sociali, differenti tra loro per visioni e capacità. E molto altro ancora. E’ sorprendente, ma non troppo, che anche il mondo dell’arte giochi pericolosamente con queste categorie. Ne ha parlato, ad esempio la studiosa Abimbola Adelakun circa il caso del cantante afroamericano Rick Ross, con il suo “Hold me back” (2012), ambientato a Lagos, che scatenò a suo tempo diverse polemiche presso il pubblico nigeriano, per il suo sguardo troppo stereotipato sulla società di questo importante Paese.

La foto (Memphis 1968) è tratta da: http://frenchie-pop.blogspot.com

Africa: narrazioni, contro-narrazioni ed esperienza

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Un bel progetto di SeedScience, sostenuto anche da STARBIOS2, ha avuto al suo centro la formazione e l’aggiornamento di insegnanti ghanesi e kenioti nel campo delle scienze. Alcuni di questi insegnanti sono venuti giorni fa in Italia a perfezionarsi, e a condividere il loro lavoro con gli studenti, presso l’Università di Roma Tor Vergata. Credo che questi incontri abbiano prodotto, presso gli studenti italiani che hanno partecipato all’iniziativa, un reale cambiamento nel modo di percepire la realtà africana. E questo piccolo ma importante caso porta a una riflessione che mi sembra oggi importante.

Molte persone che hanno a cuore il ruolo nel mondo del continente africano e dei suoi singoli popoli stanno perorando la causa di una contro-narrazione sull’Africa, che bilanci le narrazioni distorte che circolano. Chi cura da 15 anni un blog chiamato “Immagine dell’Africa” non può che essere d’accordo.

Tuttavia, nella discussione in atto sulle narrazioni e contro-narrazioni sul continente e sui popoli africani, il rischio è quello di trascurare un elemento fondamentale: la realtà viva da cui ogni racconto dovrebbe trarre base, linfa, ragion d’essere. Ad esempio, il mito di liberazione dall’Egitto del popolo ebreo oppresso, che trova espressione nella Bibbia,  ha avuto un forte legame con una esperienza storica vissuta. E lo stesso si può dire delle grandi narrazioni legate ai movimenti operai e di liberazione politica e sociale dei secoli passati.

Per cambiare, a casa nostra, il modo di considerare la gente che viene dall’Africa o che ci vive, non è dunque sufficiente una bella e corretta contro-narrazione: occorre anche e soprattutto (come tanti già fanno) favorire sempre di più incontri tra cervelli e corpi, esperienze, eventi che diventino rappresentazioni profonde della realtà e memorie da condividere. Che incidano anche sulla “pancia” delle persone, non soltanto sulla loro razionalità, e diventino la fonte di nuove regole e nuove distribuzioni di risorse.

Altrimenti si resterà schiacciati su una logica quasi da marketing d’immagine, che non cambierà nulla. E la solidarietà e il dialogo tra popoli resterà illuministicamente confinata all’ambito delle chiacchiere, mentre la “pancia” sarà dominata, purtroppo, da altri.

 

A proposito di rappresentazioni ed esperienze, il pensiero non può non andare a coloro che hanno perso la vita nell’incidente aereo della settimana scorsa ad Addis Abeba. Una in particolare la conoscevo e, tanti anni fa, frequentavo: Paolo Dieci, persona di grande intelligenza, capacità, sensibilità e gentilezza, con cui andai, insieme ad altri amici e colleghi, nel 1979, in Zaire (ora RD Congo), in quello che per tutti noi fu il primo viaggio nel continente africano. Viaggio che ha segnato l’esistenza di molti, ispirato da un’altra persona che non c’è più: Giancarlo Quaranta.

La foto è tratta dalla pagina Facebook di SeedScience

Il sovranismo strabico

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Il contributo, attualissimo, di Gianmarco Mancosu ai 15 anni del blog sottolinea, da un punto di vista storico, l’intreccio tra la costruzione della comunità nazionale (in questo caso, di quella italiana) e la presunta minaccia rappresentata dall’azione di altri Paesi europei, e tra il colonialismo (o neo-colonialismo) e l’irritazione verso le nazioni vicine.

 

Gianmarco Mancosu, University of Warwick

In queste settimane, il dibattito pubblico sul tema delle migrazioni ha spesso citato la storia e l’eredità coloniale degli altri paesi europei – in particolare quella francese – come la causa principale dei mali che affliggono l’Africa e le cui conseguenze negative si riverserebbero direttamente sulla società italiana. Più dei contenuti, spesso fuori luogo, di queste argomentazioni, è interessante leggere tra le righe di questi discorsi, e in particolare osservare  il risentimento attraverso il quale parte della cultura, della politica, e della società italiana continuano a scaricare su ipotetici ‘altri’ le colpe del mancato benessere nazionale.

Questi ragionamenti creano e sfruttano tante tipologie di ‘altri’: quelli che infetterebbero la nazione, corrompendone l’anima e l’ordine sociale; ma anche gli ‘altri’ che non aiutano l’Italia e che anzi vogliono controllarla ed impedirne la crescita. Sia che ci si riferisca ai migranti che approdano nelle coste italiane o al risentimento nei confronti dell’Europa e dei suoi stati membri, c’è un sottile filo rosso che collega lo sguardo sull’altro e, di conseguenza, lo sguardo su se stessi. Elaborando l’intuizione di Benedict Anderson, pare che la comunità immaginata italiana debba costantemente trovare una minaccia esterna per cementare la sua identità. Questa dialettica, trasversale ad altri paesi occidentali (si vedano le vicende legate alla Brexit nel Regno Unito) è alimentata da tanti eventi, narrazioni, immagini che nel corso dei decenni si sono sedimentati nel processo di costruzione delle nazioni. Tuttavia c’è un aspetto, per tanti anni considerato marginale in Italia, che può farci capire meglio questi sguardi incrociati sulle numerose alterità che abitano il dibattito politico e la società. Mi riferisco alla storia e alla retorica coloniali che da fine ottocento fino ai tardi anni cinquanta del novecento hanno pervaso la società e si sono intersecati nelle narrazioni e nelle auto-rappresentazioni dell’italianità.

Non è necessario scomodare integerrimi fascisti e la propaganda del ventennio: Giovanni Pascoli, nel 1911, invitava la grande Proletaria (la nazione italiana) a ‘muoversi’ per conquistare la Libia. Per lui l’Italia era martire delle nazioni, che combatteva per la sua parte all’umanamento e incivilimento. Questa retorica fu esacerbata durante l’invasione dell’Etiopia (1935) che suscitò aspre critiche a livello internazionale. Mussolini si scagliò contro le nazioni europee ‘plutocratiche’ che avrebbero impedito all’Italia la conquista del suo ‘posto al sole’. La fine del fascismo e la perdita delle colonie non portò alla cancellazione della retorica coloniale e del risentimento verso i paesi vincitori della guerra: De Gasperi, per esempio, fece un appello alle potenze vincitrici affinché l’Italia potesse mantenere l’amministrazione delle ex-colonie perché ‘Non sarebbe giusto privare l’Italia di tutte le colonie in cui ha profuso il lavoro dei suoi figli’; Togliatti fu addirittura più esplicito e accusò il governo inglese con queste parole: ‘il governo inglese, se proprio vuol dimostrarsi nostro amico, perché invece di cominciare da Trieste, non comincia col dichiarare di essere d’accordo che rimangano all’Italia le sue vecchie colonie?’.

Questi brevi esempi dimostrano come  colonialismo e irritazione verso gli altri paesi europei siano andati di pari passo. Lo sguardo che ha costruito, razzializzato, e dominato l’alterità africana e quello che ha nutrito il risentimento verso le altre nazioni si sono così incrociati; questo ‘strabismo’ è diventato cronico e al contempo latente, in quanto viene riattivato senza scrupoli nei momenti in cui l’immagine artificiale di un’identità nazionale omogenea è minacciata, o meglio viene fatta percepire come minacciata al fine di costruire consenso politico. Il ‘sovranismo’ tanto citato in questi giorni, più che forza e autorevolezza, rivela così un retroterra di timore e intolleranza verso l’interazione che è alla base di ogni società complessa ma al contempo vitale.

In questo senso, il blog ‘Immagine Africa’ è un archivio che aiuta a ricalibrare questi sguardi, e in particolare quello nei confronti del continente africano e delle sue molteplici storie, società, culture. I 15 anni di attività del blog ci forniscono delle lenti per mettere a fuoco, senza pregiudizi, non semplicemente ciò che avviene al di là del Mediterraneo, ma anche gli interstizi più ambigui e problematici della nostra identità collettiva. Il migliore augurio che mi sento di fare a ‘Immagine Africa’ e a Daniele diventa così un invito a continuare a fornirci spunti di riflessione e sguardi equilibrati e approfonditi sul mondo in cui viviamo. Ad maiora!

Foto tratta da: http://www.sulleormedeinostripadri.it/it/

 

15 anni di “Immagine dell’Africa”

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Il 18 gennaio del 2004, con timidezza – e una certa imperizia che tutt’ora mi accompagna – pubblicavo il primo post del blog “Immagine dell’Africa”. Figlio minore, ma testardo, di alcune importanti iniziative di ricerca ed editoriali, sfociate nella rivista “Società africane” (che ebbe vita breve per mancanza di fondi adeguati alle ambizioni), e nell’omonimo volume, curato in primis dal compianto Giancarlo Quaranta e (molto poi) anche da me. Il blog, semplicemente, voleva costituire un piccolo osservatorio sul modo in cui, dalle parti nostre ma non solo, sono considerati e raccontati i popoli e le società del continente africano, specialmente a sud del Sahara. Magari proponendo qua e là qualche elemento per una rappresentazione diversa, quanto meno più aderente alla complessa realtà africana. Anche con l’aiuto di tanti amici e colleghi che nel tempo mi hanno fornito documenti, segnalazioni, informazioni, suggerimenti e che, qualche volta, hanno pubblicato qualcosa qua dentro. Nel frattempo, diverse cose sono cambiate e molte no. Tra le cose cambiate c’è sicuramente una maggiore attenzione su questo argomento, anche grazie a persone che ci lavorano a tempo pieno, con passione e competenza. Alcune le ho interpellate, per celebrare a modo nostro questi 15 anni, ovvero facendo il punto della situazione: è cambiato qualcosa nel modo di immaginare e descrivere l’Africa, o meglio le Afriche? Cosa non è cambiato e cosa si può dire e fare ancora? Ci sono argomenti su cui vale la pena di soffermarsi? Bene, da qui a un paio di mesi pubblicherò periodicamente sul blog alcuni generosi contributi, che sono in una forma volutamente semplice e sintetica, in quanto spunti di riflessione e approfondimento, per chi vuole. Comincio con Antonella Sinopoli, che ringrazio per la passione e la sollecitudine con cui ha risposto. Un testo tagliente e profondo, che certamente da’ il “la” a tutto quel che verrà dopo.

D.M.

Antonella Sinopoli, giornalista

Che cosa sappiamo? Che cosa sappiamo noi di questo corpo nero che vaga per le nostre strade in cerca di una moneta o di un riparo. Cosa sappiamo delle strade già percorse. E cosa delle percosse che lo hanno segnato. Cosa sappiamo della sua storia. E cosa della Storia che cavalca secoli e si ciba di verità quanto di bugie e di omissioni.

Ah quanto sarebbe bello fare un quiz collettivo. Un quiz, sì, in questa enorme Piazza Italia. Cominciamo dalle domande di storia. Che so… quando cominciò e quando fu abolita (per molto tempo solo sulla carta, intendiamoci) la tratta atlantica? Oppure: chi era Kwame Nkrumah? E il panafricanismo, il panafricanismo sapete cos’è? E di Steve Biko? Che sapete di lui? E ancora: chi sa nominare alcuni degli imperi africani pre-coloniali… Dai, dai, continuiamo con qualche domanda di geografia. Capitale del Mali? Sorgente del Nilo? Monte più alto? Troppo facili, vero? Ok, ora: quanti sono gli Stati africani? Esistono ancora monarchie? Chi ha vinto le ultime elezioni in Nigeria? Troppo facile, lo so. Del resto basta leggere i giornali. Tenersi informati. No, non parlo dei giornali italiani. Sì, faranno pure bene (?) ma vi risulta che qualcuno abbia corrispondenti locali da qualcuno dei Paesi africani?

E no, attenzione, quando parlo di corrispondenti parlo di giornalisti africani. Sì, del corpo nero. Perché guardate che possiamo anche inviare (raramente) qualche parachute journalist, ma vi assicuro che farà più confusione che altro. Non è mica che non sappia il suo mestiere. Ma provateci – per esempio – a mandare un giornalista russo a Parigi per soli tre giorni e spiegare la rivolta dei gilets jaunes. Sapete cosa farà? Leggerà la stampa locale per farsi un’idea, parlerà con più colleghi possibili, scenderà in strada per guardare e poi scriverà la sua corrispondenza. Beh, tanto valeva pagare un giornalista locale, no? Mamma mia come sono estrema nei miei giudizi! E lo so… Il fatto è che mi piacerebbe continuare il mega quiz in Piazza Italia. Parlare di letteratura, per esempio. Perché è là sui libri – non quelli di scuola – che si conosce la storia dell’Africa. Parlo di scrittrici, scrittori africani. Neri, o anche bianchi come la grande Nadine Gordimer, che ha raccontato la vergogna dell’Apartheid con quella “fredda emozione” (è una mia espressione) che coinvolge ad ogni parola. O come Mia Couto, mozambicano bianco, capace di costruire parole nuove da parole usate, mettendoci dentro il calore di miti, leggende, fantasie, realtà quotidiane. Ma mi sto perdendo… Dicevo, scrittrici, scrittori africani. Quelli che ci stanno restituendo la storia di questo continente così nero e così abbacinante. Anzi la Storia.

Come il colosso Chinua Achebe che in quella trilogia che è romanzo storico, ci racconta la Nigeria – ma in realtà l’Africa tutta – prima della colonizzazione, durante e dopo. Epoche di passaggio, di transizione tra due culture, ma dove una prevarica senza pietà sull’altra. (Things Fall Apart, No Longer at Ease, The Arrow of God). Come Maryse Condé, di lingua francese e nativa della Guadalupe (non africana in questo caso, ma grande storica e ricercatrice). Anch’essa artefice di racconti che sono percorsi storiografici. Come la saga familiare di Ségou. Cito solo Le murailles de terre e La terre en miettes, dove narra di imperi che occupavano i territori del Mali, del Senegal, del Ghana, di popoli stretti tra le armi e le volontà di imam e sceicchi arabo/islamici da un lato e quelle dei francesi usurpatori dall’altro, di quelle ribellioni – ad Haiti, ad esempio – che di tanto in tanto rianimavano gli animi piegati degli schiavi. O come Ahmadou Kourouma, camerunense che in En attendant le vote des bêtes sauvages dà la misura di quanto maligna e crudele possa essere stata (in alcuni casi lo è ancora) la febbre di potere di certi leader africani, maestri di violenza e oppressione. O ancora la rivelazione Jennifer Nansubuga Makumbi che in Kintu ha narrato in modo epico intere generazioni toccate da una maledizione che non risparmia nessuno. Partendo dal regno di Buganda (odierno Uganda) del XVIII secolo si traccia la storia di re, famiglie, usi e costumi fino ad arrivare a quei discendenti che nell’arco di tre secoli, affronteranno i drammi dei cambiamenti, della “civilizzazione”, della povertà e dell’umiliazione in terra straniera, della caduta e del riscatto. E poi – in questa piccola biblioteca essenziale – devo aggiungere Half of a Yellow Sun della celebre Chimamanda Ngozi Adichie, immenso racconto di una Nigeria divisa, in lotta fratricida, che mette luce su quella guerra del Biafra associata in Occidente “solo” con quei poveri piccoli corpi scheletrici e che diede di fatto il via alla stagione degli aiuti per i bambini africani. “Mangia tutto che in Africa i bimbi come te muoiono di fame”, quale mamma a partire dalla fine degli anni Sessanta non ha pronunciato questa frase? E aggiungo anche Maaza Mengiste, nata ad Addis Abeba che in Beneath the Lion’s Gaze racconta la rivoluzione etiope del 1974, gli ultimi giorni dell’imperatore Haile Selassie deposto da un governo militare di stampo socialista, la fame del popolo, le prigioni e le torture, mentre gli eventi corrono anche all’indietro, nel ricordo della brutalità del colonialismo italiano e delle ferite lasciate da quel periodo storico.

Vorrei citarne altri, molti altri di testi che aiutano a studiare la Storia dell’Africa, del passato e di oggi. Ma in Piazza Italia dicono che hanno da fare e che, dopotutto, i corpi neri sempre neri rimangono. E se non sappiamo da dove vengono, quali e quante lingue parlano, dove si trova il loro Paese o se possono contribuire a farci conoscere e imparare qualcosa che non sappiamo, chi se ne frega. Noi siamo italiani e gli italiani – chi è che lo dice? – vengono prima. E non hanno proprio nulla da sapere – o da capire.

Foto: J. Audema – French Colonial administrator Congo 1905

Lo sguardo dall’alto

inchino_etiopiUn magistrale articolo dello storico Gianmarco Mancosu sintetizza una serie di suoi studi sulla propaganda dell’Istituto Luce, la colonizzazione fascista e la costruzione di un immaginario sull’Africa che ha sorprendenti continuità con il nostro presente. L’esame di alcuni fotogrammi mostra quanto il fascismo abbia cercato di elaborare e diffondere una rappresentazione dei popoli africani conquistati come primitivi e bisognosi di protezione e aiuto esterno, e degli italiani come portatori di un’opera di redenzione e di civilizzazione verso tali popoli. Significativo, a questo proposito, l’uso di riprese dall’alto verso il basso, come a significare uno sguardo che controlla e minaccia, ma anche protegge e rassicura. Uno sguardo che prova a marcare, sul piano estetico, una presunta superiorità morale, tecnologica, e razziale. E’ un elemento di riflessione non tanto per i nostalgici di quel periodo o per gli irrecuperabili razzisti, quanto soprattutto per i rappresentanti del benevolato caritatevole, e per chiunque si ritenga portatore di qualcosa che alla gente africana, quasi “per essenza”, manchi.

Nella foto: “atto di sottomisione di un abissino” (1936), dal sito: https://sites.google.com/site/razzismoitalianoinetiopia/la-costruzione-del-consenso/fotografare-la-conquista

Le isole della porpora

20181028_121608.jpgIl continente africano è letteralmente contornato da piccole isole a breve distanza dalla costa. Come osservava Ryszard Kapuściński, queste isole erano una vera manna per avventurieri, schiavisti e colonialisti: offrivano sicurezza da assalti, relativa protezione dalle malattie, ma anche la possibilità di un facile controllo sui territori costieri. Le isolette al largo di Essaouira (Marocco) hanno avuto, in più, la caratteristica di ospitare,  sin dai tempi antichi, attività di lavorazione della porpora. Quella che veniva usata anche per le vesti dei senatori romani. Di qui il nome di Isole Porporine. Oggi si limitano ad attenuare l’impeto dell’Oceano Atlantico sulla riviera Sud della città marocchina.

L’immagine di Essaouira con alcune delle Isole Porporine è nostra

L’ordine del discorso e l’Africa

Cotton_world_map.jpgCome affermava Michel Foucault, in ogni società la produzione del discorso è controllata e selezionata, in modo da scongiurarne i “pericoli” e da padroneggiarla, delimitarla, canalizzarla. Il discorso pubblico in occidente sulla storia e sui popoli africani non fa eccezione. Anzi, è un esempio da manuale di come, attraverso il controllo del discorso (dei discorsi), si sia creata nel tempo, la rappresentazione di un’Africa maledetta, senza storia, senza civiltà, senza prospettive se non quella di essere dominata dall’esterno. Un volume di Jean Claude Abada Medjo, “Discours sur l’Afrique: les représentations sur l’Afrique dans les discours chez Hugo, Sarkozy et Obama” (Editions des Archives contemporaines, 2015) pone l’accento su questo fenomeno. Quando qualcuno vuole raccontare e descrivere il continente africano, trova già disponibile un repertorio di temi, e un meccanismo narrativo per metterli insieme, che sono già preordinati, che sono stati elaborati nel corso dei secoli, e da cui si attinge in maniera automatica e a volte inconsapevole. Un repertorio che è stato costruito da menti più o meno illustri, da Hegel a Gobineau e tanti altri, per arrivare a essere usato – in maniera becera ma tremendamente efficace – dai razzisti contemporanei, compresi quelli di casa nostra.

L’antica mappa del 995 d.C. (detta “Cottoniana”), con l’Est in alto, è tratta da: http://insight.stefanopaladini.net/it/hic-sunt-leones/

Eden in Africa

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La ricerca del Paradiso è antica quanto l’umanità. L’immaginario sull’esistenza di un luogo paradisiaco (comunque fosse chiamato) si è tradotto nella produzione di carte geografiche dove si concentravano, al tempo stesso, saperi e desideri. L’Africa, soprattutto nel primo periodo delle grandi esplorazioni europee, è stata uno dei tanti luoghi ove il Paradiso (in particolare l’Eden biblico) è stato collocato. Su questo argomento, Alessandro Scafi ha scritto, anni fa, un volume illuminante, “Il Paradiso in Terra: mappe del giardino dell’Eden”, ove emerge il ruolo peculiare degli antichi cartografi: produttori e diffusori di informazioni, ma anche visionari gestori di sogni.

Nella foto, un dettaglio della cosiddetta “Mappa catalana estense” (1450-1460 circa), tratta da http://cartographic-images.net