Ruolo, protezione e regolazione delle medicine tradizionali

Le medicine tradizionali in Africa sono da tempo tornate al centro dell’attenzione. Non certo di chi ne fa uso da millenni, ma di chi oggi le valorizza e le studia. O le sfrutta. In questo tormentato biennio, in attesa di altre soluzioni, diversi rimedi tradizionali hanno mostrato (per dire) una notevole funzione anti-infiammatoria per contrastare gli effetti del Covid-19. Ma ovviamente i rimedi vanno sempre analizzati seriamente, classificati, regolati.

Il tema è stato oggi al centro di un seminario nel quadro dei Dialoghi delle cattedre UNESCO a cui ho avuto il piacere di partecipare. Le medicine tradizionali (in Africa come altrove) sono parte integrante del complicato rapporto tra scienza e società, in cui tutti hanno responsabilità da esercitare, contributi da offrire, insegnamenti da condividere. Gli organismi internazionali (come OMS e UNESCO) e l’Unione Europea hanno promosso e promuovono tuttora numerosi programmi e progetti su questo tema. Tra gli aspetti più sensibili, vi è quello della codificazione della medicina tradizionale africana, così come quello della proprietà intellettuale dei medicinali basati sulle piante locali.

Foto da: https://newsvibesofindia.com

La sostenibilità ambientale nelle piccole isole africane

Le piccole isole hanno problemi di sostenibilità ambientale del tutto particolari. Anni fa, un rapporto UNEP enumerò 20 questioni critiche per lo sviluppo sostenibile dei piccoli stati insulari emergenti; e sottolineò che tali stati affrontano serie sfide ambientali legate al cambiamento climatico (innalzamento dei mari, perdita di biodiversità, ecc.), ma possono anche godere delle opportunità legate alla transizione energetica e alla green economy. Gli stati insulari africani non fanno eccezione, e da tempo, come ricorda l’UNDP, sono al centro di importanti programmi internazionali di sostegno finanziario e di cooperazione tecnologica per fronteggiare queste sfide.

(nella foto, una veduta di Mauritius)

L’istruzione decolonizzata e la allyship

La decolonizzazione dell’educazione universitaria (così come quello della conoscenza) è un argomento immenso, che è stato affrontato da numerosi punti di vista politici, filosofici, socio-antropologici. Un articolo di Daniela Gachago lo tratta dal punto di vista della sua personale esperienza come docente bianca in Sudafrica, che intendeva lottare contro le discriminazioni e i privilegi legati alla razza. Che si poneva, insomma, come ally, cioè come persona che sente come propria una oppressione che non la colpisce direttamente, prendendo esplicita posizione per combatterla. Nell’articolo si toccano temi come la allyship nel contesto universitario, il whitesplaining, l’intersezionalità (sovrapposizione di diverse identità sociali e delle oppressioni legate a queste), la “costruzione sociale del non-vedere” (le ingiustizie), e altri ancora.

Nella foto: Jameson Hall – University of Cape Town (ph. Ian Barbour)

Le dinamiche della filosofia in Africa

La filosofia non è mai un lusso. Ed è interessante scrutare i temi di cui si interessano le odierne indagini dei filosofi in alcuni paesi africani. Si può esaminare, tra le altre, la rivista “Philosophia Africana. Analysis of Philosophy and Issues in Africa and the Black Diaspora”. Nel numero 2 del 2020, ad esempio, sono pubblicati contributi sulla tradizionale nozione di “forza vitale” o sul significato comunitario dei nomi di persona, ma anche su argomenti di maggiore attualità, come la riforma agraria e i risarcimenti alle vittime del colonialismo; o le affinità tra pensiero filosofico cinese e valori tradizionali dei popoli africani, in vista di una migliore comunicazione e comprensione reciproca. E’ un mondo di ricerche certamente da esplorare e conoscere.

L’immagine è tratta da: https://msolajpiced.wordpress.com/

Congo: tra denuncia, silenzio, storia e opportunità

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Ancora pochi giorni e calerà, a parte qualche eccezione, il silenzio dei nostri media sul Congo RD. La tragica vicenda dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista congolese Mustapha Milambo ha portato alla ribalta, in maniera ancor più drammatica del solito, l’attualità e la storia recente di questo immenso paese di grandi tradizioni culturali e dalle enormi ricchezze materiali che il suo popolo non gode. Il blog Sancara, di Gianfranco Della Valle, ha pubblicato un’ottima sintesi sulle vicende storico-politiche del popolo congolese, dal dominio criminale di re Leopoldo II a oggi. Un fondamentale approfondimento è sempre “Congo”, di David Van Reybrouck, da accompagnare magari con opere di contesto più ampio come la “Storia del continente africano” di José do-Nascimento, o dal classico “Storia dell’Africa nera”, di Joseph Ki-Zerbo: anche per non dimenticare che l’Africa esiste da molto, molto prima che se ne interessassero i bianchi. E per andare oltre la cronaca e i luoghi comuni, come correttamente suggerisce Martino Ghielmi nel sito di VadoinAfrica; un sito legato a un network unico nel suo genere, dove la conoscenza e il dialogo tra i popoli si intrecciano con l’economia.

In questi giorni, i ricordi vanno al 1979, dove insieme a un gruppo di giovani ricercatori (molti diventati affermati e famosi) ci recammo nell’allora Zaire, in particolare proprio nel Kivu, per uno studio tra la tradizione e la modernità. Altri tempi. Non era più la cosiddetta “piccola Svizzera” e non era ancora quel luogo di terrore che sarebbe diventato di lì a poco. Avemmo comunque la possibilità di approfondire alcune trasformazioni che testimoniavano uno sfaldamento non controllato del tessuto sociale e culturale tradizionale: un elemento non da poco. Un piccolo articolo che “Nigrizia” ebbe la bontà di pubblicare un anno dopo (vedi foto) parlava di queste cose, centrifugando fenomeni come il mutamento dei ritmi agricoli, il venir meno della tradizione orale, la scolarizzazione, l’industrializzazione.

Toponomastica coloniale

Dare il nome a un luogo, o cambiarne il nome pre-esistente, non è mai un atto banale. Comporta attribuire un significato a tale luogo, ed anche, spesso, istituire, confermare o modificare un potere, sancire un possesso. I conquistatori coloniali – prima ancora che depredare, costruire, ripopolare – mappavano, cartografavano e “battezzavano” le estensioni di territorio invaso o da invadere. Come Leopoldville, marchio tragico apposto da un avido sovrano belga su una riva del fiume Congo, alla fine del XIX secolo. O come Dante o Itala, che i colonizzatori italiani attribuirono, rispettivamente, alle località somale di Hafun e Cadale. Esempi di una sterminata fenomenologia di annessione simbolica, che si manifestò anche in altri campi: dalle canzoni alle barzellette, dai nomi di prodotti alimentari al cinema. E che va affrontata, nel dibattito pubblico, con molta attenzione e sensibilità culturale e storica.

La foto: immagine satirica del re del Belgio Leopoldo II che sovrasta e stritola un raccoglitore di caucciù congolese, da https://en.wikipedia.org/wiki/Abir_Congo_Company#/media/File:Punch_congo_rubber_cartoon.jpg

Archeologia e paleontologia africane

Risuona ancora forte il richiamo del grande Joseph Ki-Zerbo allo studio rigoroso, e orgoglioso, della storia del continente africano. Una storia di cui eminenti filosofi e pensatori europei si sono affannati, per secoli, a negare l’esistenza. A torto, diciamo oggi, ma con grande efficacia, ieri, ai fini della conquista coloniale: un popolo ritenuto senza memoria del passato lo si invade e sfrutta con minor senso di colpa. Nel suo monumentale lavoro di ricostruzione della storia dell’Africa, Ki-Zerbo ha avuto, tra le sue fonti, quelle archeologiche e paleontologiche, interrogate con sapienza, e con piena consapevilezza di come funziona la scienza.

“In Africa più che altrove comminiamo su un passato sepolto. La maggior parte della storia africana è sotterrata e per interrogare seriamente il passato di questo continente bisogna scendere nel sottosuolo. Ma non si deve farlo senza guida né in modo disordinato, poiché ‘quando non si sa quello che si cerca, non si capisce quello che si trova’”. (J. Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Einaudi, 1977 – cap. primo)

La foto del complesso di Great Zimbabwe è di Christopher Scott

La ricerca fisica nei paesi africani

La ricerca fisica nel continente africano è una realtà viva e con grandi potenzialità; in grado, tra l’altro, di elaborare importanti soluzioni per lo sviluppo (nei campi dell’energia, della salute, della qualità dell’acqua, ecc.). I fisici locali stanno sempre più sviluppando reti e partenariati all’interno e all’esterno della realtà africana, ma fronteggiano ancora molti problemi, poco visibili ai non addetti ai lavori. Ne parla un recente articolo apparso su Nature Review Physics. E’ un contributo a più mani di ricercatori di Nigeria, Camerun, Algeria, Ghana, UK, Sudafrica, Kenya, ove si mettono in luce alcune questioni ricorrenti di vario genere, che non sono tipiche solo del contesto africano, ad esempio: la disponibilità di fondi ed infrastrutture (compreso l’accesso a internet), lo scarso interesse dei politici per la scienza e la difficoltà ad entrare nell’agenda del decision-making, l’accettazione sociale della scienza, la carenza di sbocchi professionali ed operativi per i ricercatori, gli alti costi per le pubblicazioni.

La foto è tratta da: http://www.aps.org

Il ruolo della medicina tradizionale e complementare

L’Organizzazione Mondiale della Sanità adotta una definizione molto avanzata del concetto di salute, che viene definita come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”. Nel quadro di questa considerazione ampia della salute umana, l’OMS è attenta anche alla cosiddetta “medicina tradizionale e complementare” (in sigla: T&CM). Questa formula di comodo racchiude due fenomeni: 1. le medicine tradizionali (l’insieme delle conoscenze, competenze e pratiche basate su teorie, credenze ed esperienze indigene nelle varie culture, usate per mantenere la salute, e per la prevenzione, la diagnosi, il miglioramento e il trattamento della infermità fisica e mentale); 2. la medicina complementare o alternativa (l’insieme di pratiche di cura che non fanno parte della medicina convenzionale, che non sono pienamente integrate nel sistema sanitario dominante e che in alcuni paesi sono usati in maniera intercambiabile con la medicina convenzionale). Secondo l’OMS, la T&CM è una importante e sottostimata risorsa per la salute umana, con numerose applicazioni, specie nella prevenzione e gestione degli stili di vita dei malati cronici e delle persone anziane. Si tratta dunque di far incontrare “il meglio” della T&CM con la medicina convenzionale, per raggiungere il comune obiettivo della salute delle popolazioni nel mondo.

Un rapporto OMS del 2019 ha fatto il punto su questi argomenti, raccogliendo dati nei vari continenti e nei singoli paesi. Emerge, tra l’altro, che in Africa, negli ultimi 15 anni, sono stati fatti  importanti progressi nello sviluppo di politiche, regolamenti e programmi sulla T&CM nelle varie realtà nazionali. Restano, tuttavia, gravi lacune in materia di regolazione e registrazione delle piante medicinali. Il rapporto mostra anche una forte diffusione (nei 28 paesi africani su cui sono disponibili dati), non solo di T&CM locali, ma anche di quelle provenienti da altre aree, come l’agopuntura, la medicina ayurvedica, l’osteopatia.

La foto è tratta dal sito: http://www.afro.who.int

Creare valore in Africa

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L’esperienza del network Vadoinafrica è forse unica al mondo, e nasce, come tutte le grandi cose, da una grande visione: “Crediamo che il futuro dell’Europa passi da un nuovo rapporto con l’Africa. Lavoriamo per costruire nuovi scenari connettendo imprenditori e professionisti. Sfidiamo luoghi comuni e interessi per rimettere al centro la capacità creativa delle persone. Affianchiamo aziende e organizzazioni interessate a creare valore con il continente africano.” Sulla base del lavoro di Vadoinafrica, e di una lunga attività di studio e sul campo, il fondatore, Martino Ghielmi, ha appena pubblicato l’e-book “Valore Africa”, una guida pratica per imprenditori che guardano e agiscono oltre gli schemi comuni sul continente africano. I quattro capitoli parlano di: “Perché guardare all’Africa”; “Leggende da sfatare”; “Quattro settori sempreverdi”; “Fattori chiave di successo”. La vicenda di questo network è emblematica, perché mostra quanto un nuovo rapporto tra Europa e Africa possa sorgere dall’unione (inscindibile) tra una lotta serrata agli stereotipi e un insieme strutturato di scambi, esperienze, mobilitazione di risorse, organizzazione.

Nella foto: una iniziativa di Vadoinafrica